La prima cosa che ti aspetti sbarcando a Trieste è la bora, il fiume di vento che nei mesi invernali turbina sulla città con più furia della nostra tramontana salentina. Invece, mentre ci lasciamo il porto alle spalle incamminandoci verso il centro, della bora non v’è traccia – si è placata due giorni fa, dicono – ma qualcosa d’insolito c’incuriosisce anche di più: a pochi passi dalle Rive, il lungomare del capoluogo giuliano dove in quest’ultima domenica d’ottobre i triestini passeggiano in attesa del pranzo, un accampamento di tende rompe la compostezza plastica di Piazza Unità d’Italia.

E’ la protesta di OccupyTrieste, ramo del movimento internazionale degli Indignati, che in questa città ha i volti degli studenti medi: non hanno più di vent’anni i ragazzi che la scorsa settimana hanno occupato le scuole, sono stati sgomberati e sono approdati nella piazza principale di Trieste, presidiandola notte e giorno con la loro coloratissima acampada, le canzoni di Bob Marley strimpellate alla chitarra, i punti d’informazione per chiarire che la loro parola d’ordine “Riappropriamoci dei nostri spazi” non rimarrà lettera morta.
Protestano contro i tagli alla scuola e la fatiscenza degli edifici scolastici, ma anche per una città più a loro misura, rivendicando un centro sociale autogestito, un censimento delle abitazioni sfitte per garantire ai meno abbienti il diritto a una casa, l’accesso a luce e gas per tutti, mediante un tavolo di trattativa tra il comune e la società preposta. Una questione aperta da trent’anni, pare, che gli studenti sono stati capaci di riproporre all’attenzione della cittadinanza, strappando al neosindaco Roberto Cosolini la promessa di un impegno concreto.

Che il movimento non sia solo espressione di un disagio generazionale ma un tentativo di costruire un’alternativa civile alla crisi è evidente anche dal modo in cui riesce a coinvolgere i passanti. Sono tanti i cittadini che si fermano a complimentarsi, a discutere, a sostenere la loro meglio gioventù, così diversa da quella che qualche giorno più tardi Conchita de Gregorio dalle colonne di Repubblica definirà la “generazione fallita”, identificandola con i personaggi sguaiati e inconcludenti del film “I soliti idioti”. La serietà dei ragazzi triestini è anche nella cura della piazza occupata: piegati sulle ginocchia, secchio d’acqua in una mano e spazzolone nell’altra, rimuovono le scritte di gesso colorato dal lastricato di pietra antica, alzando la testa solo per dare informazioni.

Ci allontaniamo per perderci tra le vie di Trieste, in cui gli echi dell’irredentismo sopravvivono nella toponomastica, raccontando una storia di lotte nel cuore di una città raffinata e cosmopolita, crocevia di culture e religioni, laboratorio della sperimentazione letteraria e scientifica.
La Trieste di oggi è forse meno vivace che in passato – è la città più anziana d’Italia – ma dopo Milano è anche il centro che offre più opportunità di lavoro agli under 30, con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 5,7% a fronte di una media nazionale che sfiora il 30%. Eppure ai ragazzi triestini non basta, e con il passare delle ore il movimento di OccupyTrieste, grazie anche al tam-tam su Facebook, si allarga agli studenti universitari e ai lavoratori precari.

Due giorni dopo, l’acampada è ancora in Piazza Unità d’Italia, ma stavolta l’aria è meno festosa. C’è un gruppo di poliziotti a pochi passi dalle tende e mentre un giovane arringa dal centro dell’accampamento di fronte ai coetanei seduti in cerchio, alcuni di loro si avvicinano cominciando a sollevare di peso i ragazzi e a portarli uno per uno ai margini della piazza: è l’inizio dello sgombero. Siamo tutti sgomenti, perché davvero non sappiamo dare una risposta alla domanda che grida uno degli occupanti: “Che stiamo facendo di male?”. Lo chiede a un poliziotto che sta portando via suo figlio anche un padre, poi l’invito dei ragazzi alla folla astante: “Aiutateci! Fate quadrato intorno a noi!”. Così i triestini resistono insieme, padri e figli, e alla fine del braccio di ferro la polizia cede e i ragazzi sgomberati tornano tra i loro compagni tra gli applausi di tutti.

Mentre ci avviamo verso la stazione con quest’ultima immagine di Trieste negli occhi, ci chiediamo se la bora non sia una categoria della mente più che un fenomeno meteorologico, e perché certi venti di consapevolezza civile non sollevino mai abbastanza le coscienze di un altro Est, mille chilometri a sud, dove di rivendicazioni da avanzare ce ne sarebbero molte di più.
Poi il treno fischia e Trieste svanisce dietro di noi. OccupyTrieste invece non è già più solo nel capoluogo giuliano, ma, traboccando dai confini locali in rete, dove continua a raccogliere adesioni organizzando nuove e originali manifestazioni di dissenso, promette di diventare un modello nazionale d’indignazione e di partecipazione.

Graziana Urso

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