Sono i cinquantenni più amati dai bambini delle ultime generazioni, alti poco più di due mele e con la pelle blu. Al giro di boa del loro primo mezzo secolo tornano alla ribalta i Puffi, sopravvissuti all’usura del tempo come alle trappole di Gargamella, pronti a spolverare i ricordi d’infanzia di milioni di persone con un anno di celebrazioni.

Lo scorso 14 gennaio ha preso il via da Bruxelles una tournèe europea dal titolo “Happy Smurfday” (traduzione italiana “Buon Puffleanno”), road show realizzato in collaborazione con l’Unicef – di cui i Puffi nel 2005 sono stati testimonial in una campagna-choc contro la guerra – che ha toccato tra le altre città anche Parigi e Berlino. Ma l’attesa è tutta per il primo atto della trilogia tridimensionale della Paramount Pictures prodotta da Jordan Kerner e sceneggiata da Herb Ratner, che arriverà sul grande schermo entro la fine del 2008.

Non sarà la prima volta al cinema per i 99 omini blu nati dalla matita del fumettista belga

Pierre Culliford (Peyo), già protagonisti nel 1967 del film d’animazione in bianco e nero “Le avventure dei Puffi”. Nove anni dopo, una nuova pellicola, “Il flauto a sei Puffi”, adattamento della striscia a fumetti “John & Solfami” con la quale le creature in calzamaglia bianca avevano esordito nel 1958.

Ma i Puffi raggiungono la popolarità solo traslocando in America, grazie all’intuizione di Hanna & Barbera Production, che li trasforma in una serie animata. Dalla NBC ai canali tv di tutto il mondo il passo è breve, e nel 1981 i personaggi blu arrivano su TeleRoma 56 (tv locale della capitale) per poi sbarcare su Canale 5 nel 1982.

Abbiamo guardato e riguardato innumerevoli volte i 234 episodi del cartone – ha dichiarato Kerner – e ci siamo resi conto che un solo film non sarebbe bastato a rappresentare il complesso mondo dei Puffi. La nostra sarà la versione animata del “Signore degli Anelli”, una storia comica ma dai tratti epici”.

Grande Puffo, Pittore, Quattrocchi, Brontolo, Golosone e ogni singolo altro membro del popolo blu torneranno dunque a rappresentare metaforicamente vizi e virtù della natura umana, sullo sfondo di un villaggio assai diverso dalla foresta medievale disegnata da Peyo, in cui si rifletteranno i cambiamenti dell’ultimo trentennio. Puffetta, per esempio, non sarà più l’unica figura femminile di Puffolandia e, vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, i Puffi potranno scrollarsi di dosso una volta per tutte il rischio di essere ideologicamente equivocati.

In passato, infatti, il loro villaggio è stato suo malgrado oggetto di interpretazioni forzate: alcuni ritenevano rispecchiasse l’ordinamento di una comunità comunista fondata sul collettivismo, con Grande Puffo dal berretto rosso novello Marx e Gargamella emblema della minaccia capitalista. Altri hanno tacciato i Puffi di satanismo, a causa della loro passione per la magia e la stregoneria. L’ultima tesi, sostenuta nel recente volume “I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria” di Antonio Soro, vede negli omini blu l’ipostasi di una loggia massonica di natura gnostica.

Ma i Puffi, al di là di qualsivoglia significato figurato, peraltro smentito dagli eredi di Peyo, restano semplicemente i Puffi, un cult transgenerazionale tradotto in 25 lingue e divenuto una bandiera per il Paese che lo ha esportato. In Belgio, non a caso, ad accogliere i visitatori del Centro nazionale dei Fumetti è proprio un ometto in calzamaglia, assediato dalle fotografie dei fans, e presto verrà stampata a Bruxelles una serie speciale di francobolli con l’effigie dei simpatici personaggi blu.

E in Italia? Per ora la celebrazione dei Puffi è affidata a Planeta DeAgostini, che dallo scorso settembre ne ripubblica le avventure, ma il web trabocca di siti sulle creaturine di Peyo, e c’è da scommettere che le iniziative si moltiplicheranno nei prossimi mesi.

Insomma, tra tante pozioni magiche che sono in grado di preparare, i Puffi, a dispetto dei loro 50 anni, si rivelano maestri dell’elisir di giovinezza. E stavolta a Gargamella tocca pure ringraziarli: se li avesse trasformati in oro, oggi non esisterebbe neanche lui.

Graziana Urso

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