Anche quest’anno i ragazzi di “Libera” coltivano in Puglia i terreni confiscati alla Sacra Corona Unita

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Vincenzo studia a New York, ma è nato a Messina. Sfoglia il giornale, legge il discorso di Veltroni al Lingotto e si chiede: “Perché i politici parlano sempre di sicurezza e mai esplicitamente di lotta alla mafia?”. Allo stesso tavolo siedono Cho e Yang, dalla Sud Corea, Jana, di Praga, i toscani Irene e Nicola, e Caterina, da Carovigno. Nei loro occhi, uno sguardo che traduce il senso dello slogan stampato sulle magliette che indossano: “E!state Liberi!”.

Sono i giovani ai quali “Libera”, la rete di associazioni contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti nel 1994, ha affidato quest’anno, dal 26 giugno al 7 luglio, il campo di lavoro di Torchiarolo. Trenta ettari di terreno confiscati al boss Tonino Screti, il “cassiere” della Sacra Corona Unita, e restituiti alla comunità civile attraverso la legge 109/96, che ha regolamentato la confisca dei patrimoni mafiosi consentendone il riutilizzo sociale. Ai ragazzi spetta il compito di sfrondare le vigne, con l’obiettivo di produrre in autunno vino di qualità. Non li spaventa l’asprezza della vita contadina: sveglia alle cinque e un’infinita pazienza per legare i tralicci ai fili della spalliera sotto il sole afoso dell’estate appena iniziata.

“L’anno scorso – racconta Alessandro Leo, responsabile del campo – i nostri volontari hanno coltivato a grano i venti ettari del terreno di Mesagne confiscato al boss Cantanna. Il risultato sono i taralli “Libera”, distribuiti nei punti-vendita Coop di tutta Italia. E’ il nostro modo di combattere la mafia: colpirla sul piano economico, trasformando beni sottratti alla criminalità in imprese sociali che creano posti di lavoro e sono al contempo presidi di legalità”. Una conversione alla quale la mafia si è opposta ricorrendo alla sua consueta ferocia: nel 2006 solo in Puglia ha mandato in fumo dieci ettari di grano e quattro di vigneto. Sono segnali di paura.

Il campo di lavoro spianerà la strada alla nascita di una cooperativa agricola (il bando di concorso è uscito il 18 giugno e scadrà il prossimo 7 settembre), sostenuta dal progetto “Cooperare con Libera Terra”, una collaborazione virtuosa con diverse realtà del mondo della cooperazione, del biologico e dell’agricoltura di qualità. Ma è soprattutto uno strumento di prevenzione, uno spazio per costruire tessera dopo tessera il mosaico dell’antimafia sociale. Appesi gli arnesi al chiodo, infatti, i ragazzi svolgono attività di formazione, seguendo sessioni di studio e di informazione sui temi della lotta alla criminalità organizzata.

Il primo confronto è con don Tonio Dell’Olio, responsabile dell’area internazionale di “Libera”, in tour per i dodici campi italiani. “La nostra – annuncia – è una battaglia diversa da quella delle forze dell’ordine, è una battaglia civile”. Poi illustra il prossimo step di “Libera”: la creazione di una rete di collaborazioni con altri Paesi, per contrastare la crescente internazionalizzazione delle mafie. Si rivolge soprattutto a Cho e Yang, e a Jana, che ammette la presenza sempre più capillare della mafia russa nella Repubblica Ceca. “Dobbiamo fare in modo che l’allargamento delle maglie sociali stia al passo con quello delle maglie criminali” insiste don Tonio. “Oggi la ‘ndrangheta è fortissima in Colombia ed Olanda, la Camorra ha interessi in Romania, dalla Puglia si opera in America Latina, ma la comunità civile non è ugualmente pronta a fare quadrato contro la criminalità organizzata”. Il problema, sostiene Vincenzo, è che all’estero non c’è consapevolezza del fenomeno-mafia. Il mafioso ha il fascino cinematografico del “Padrino”, pochi sanno che la criminalità organizzata significa in gran parte racket ed estorsioni, ovvero paralisi dell’iniziativa economica.

In questa direzione si muove l’impegno di “Libera” per l’approvazione di una direttiva comunitaria che estenda in Europa gli effetti della 109/96. “E’ necessario usare il pugno di ferro anche fuori dai nostri confini – afferma don Tonio – e sensibilizzare alla lotta antimafia Paesi come Germania, Francia e Belgio, finora piuttosto tiepidi sull’argomento, forse perché nei loro territori la criminalità organizzata opera solo attraverso il riciclaggio di denaro sporco, che in termini economici si traduce persino in un vantaggio”.

Intanto, però, occorre migliorare la 109/96 in Italia: passano 10 anni tra il sequestro e la confisca dei beni mafiosi. Troppi. E allora dai ragazzi parte una provocazione: perché non portare davanti alla Corte Europea il “caso” italiano e denunciare la scarsa tutela da parte dello Stato dei diritti dei cittadini in materia di criminalità organizzata?

Se in Parlamento molto resta ancora da fare, “Libera” può contare tuttavia sul sostegno degli enti locali. I giovani volontari hanno incontrato il neoeletto sindaco di Mesagne Enzo Incalza, che ha dato continuità all’iniziativa promossa dal suo predecessore di opposto segno politico, ospitando i ragazzi nell’ex convento della Madonna della Misericordia. “Mi fa piacere che persone così giovani si impegnino in un percorso di legalità e trasparenza nel quale tutta la comunità di Mesagne si ritrova” ha dichiarato il sindaco. Prova ne è la testimonianza di due cittadini del comune brindisino che si sono avvicinati spontaneamente ai ragazzi per contribuire alla costruzione di un senso civico condiviso e diffuso, o l’incontro con la locale associazione giovanile “Allegra Compagnia”, con cui i volontari hanno trascorso momenti di lavoro e socialità. Un’altra Mesagne, distante anni luce da quella che diede i natali a Pino Rogoli, capostipite della Sacra Corona Unita.

“Fare uscire il positivo significa ridimensionare il negativo” ha commentato don Raffaele Bruno, referente regionale di “Libera”. Un monito che si è declinato nella visita dei sette ragazzi al Parco di Porto Selvaggio, compiuta con l’ausilio di una guida d’eccezione: Viviana Matrangola, responsabile di “Libera Memoria” e figlia di Renata Fonte, l’assessore al comune di Nardò che nel 1984 pagò con la vita il coraggio di opporsi alle speculazioni edilizie della malavita sul gioiello naturalistico neretino. Il suo sacrificio fu in Puglia il primo risveglio di una cultura della legalità che ha permesso la sconfitta della Sacra Corona Unita, oggi smembrata in gruppi criminali certo ancora socialmente pericolosi ma più deboli sul piano organizzativo.

E’ un buon segno che l’attenzione al problema del contrasto alla mafia non solo non sia venuta meno, ma sia tenuta desta dai più giovani. Grazie all’esperienza di “Libera”, per i ragazzi del campo di Mesagne-Torchiarolo la lotta alla criminalità organizzata non è più soltanto un obiettivo programmatico, ma una scelta quotidiana, resa concreta con un semplice contributo di tempo e sudore.

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