“In un Paese in via di sviluppo come il mio, la vita coincide con la politica, perciò chi racconta la vita assume inevitabilmente un ruolo politico”. E’ una condizione esistenziale, e solo dopo una scelta, l’impegno intellettuale della scrittrice nigeriana Chimanda Ngozi Adichie, che a neanche trent’anni ha conquistato l’Orange Prize, prestigioso riconoscimento letterario internazionale per sole donne, con un romanzo sulla guerra civile del suo popolo, più nota come guerra del Biafra.

The Half of A Yellow Sun (La metà di un sole giallo), inedito in Italia, narra la storia di Ugwu, un ragazzo di campagna assunto come domestico da un docente universitario inglese. L’uomo, Richard, vive in Nigeria con la compagna Olanna, una donna borghese che lo segue travolta dal suo carismatico idealismo, e condivide con lui la fede nella causa indipendentista del Biafra. Nelle vite dei tre irrompe uno più sanguinosi conflitti africani, scoppiato nel luglio 1967 in seguito al tentativo di secessione delle province sudorientali nigeriane di etnia Igbo, autoproclamatesi Repubblica del Biafra.

L’autrice, nata sette anni dopo la fine della guerra, la ripercorre traducendo in narrativa i racconti del padre sulla tragedia che la sua stessa famiglia visse in quei terribili anni. “Ho in mente questo libro da quando avevo 16 anni – rivela – perché ho da sempre orrore del dramma di mio nonno e degli altri miei parenti e connazionali scomparsi durante il conflitto”.

Ma la guerra, malgrado tutte le sue atrocità, non è solo un elemento distruttivo. Il dolore sedimenta i sentimenti, il dolore indica la strada per rifondare i rapporti umani: ed ecco affiorare nel romanzo la speranza, attraverso l’incontro-scambio tra la modernità di Olanna e l’istintualità quasi primitiva del piccolo Ugwu, o la partecipazione intellettuale di Richard alle istanze politiche e culturali degli Igbo che diviene identificazione e senso di appartenenza a quel popolo.

Adichie fa dunque ricorso ai più nobili valori umani per ricucire l’identità sfilacciata del proprio Paese, nonostante continui a interrogarsi sulle ragioni di un disastro umanitario di proporzioni inaudite, che provocò tre milioni di vittime.

Quarant’anni dopo, in Nigeria è in corso un processo di riconciliazione, intrapreso nel 2000 commutando in pensionamento il congedo dei veterani della guerra di secessione. Ma quel capitolo nero della storia nazionale resta. Come un incubo, sosteneva alla fine degli anni Ottanta lo scrittore nigeriano Ben Okri, da affrontare prima che diventi più grande. Adichie lo ha fatto pur avendolo solo ereditato, “perché quell’incubo”, spiega, “è parte della nostra storia, e non c’è giorno in cui io non mi chieda come sarebbe oggi il mio Paese, come la mia famiglia, come io stessa, se non avessimo perso tutto ciò che quegli anni di odio e follia ci hanno negato per sempre”.

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