Avevo 12 anni non ancora compiuti quando la bombe di Capaci mi strapparono ai giochi dell’infanzia. Ero in un altro Sud, lontano dalla mafia stragista, dentro il torpore di un maggio tenero e caldo, a coccolare due cuccioli di gatto che sarebbero cresciuti con me. Le bombe di Capaci mi scagliarono fuori dall’idillio, costringendomi a guardare in faccia l’ingiustizia.

schi.jpg

Non sapevo nulla di mafia, sapevo poco di politica, non sapevo chi fosse Giovanni Falcone, ma, Rosaria, il tuo pianto fu anche il mio quando ascoltai le tue parole rotte e violente durante i funerali delle vittime, in diretta. Se riuscirono a scuotere le coscienze di qualche mafioso fu per la tragedia profonda che palesarono al mondo, il dramma di una donna che perde, in un colpo solo, il suo futuro e il futuro del suo Paese.

Oggi leggo di te sul sito del corriere, e quando ti rivedo nel video che commosse un intero popolo non posso fare a meno di piangere ancora. Ma ti leggo più volentieri, perché le tue parole sono se possibile più disperate di quelle di 15 anni fa e il racconto del tuo viaggio a Palermo è la prova provata che la mafia, dopo l’iniziale moto di ribellione collettivo, è tornata a stritolare il “coraggio di cambiare”:

«Gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli. Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l’impressione di pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare con loro».

Abbiamo perso, non tu, ma forse anche tu, costretta a crescere tuo figlio lontano dalla tua Sicilia e a sopportare l’ostentata indifferenza dei tuoi concittadini al tuo ritorno. Ti stupisci? Sono loro a non aver votato Rita Borsellino; sono i giornalisti che ti cercano ad aver passato sotto silenzio la notizia della condanna di Dell’Utri. Siamo noi ad aver ucciso tuo marito e tutti gli uomini che hanno lottato per liberarci dalle tenaglie mafiose, e le giovani come Rita Atria, che non ha trovato pace neppure nella tomba.

In quindici anni ho visto molte altre ingiustizie, gravi, gravissime. Ma è difficile combattere quel senso di impotenza, quella rassegnazione che si è ormai insinuata nei cittadini come un cancro inestinguibile. Sento dire che la questione morale è superata, che è più importante che si governi bene, anche se al governo ci sono ladri o mafiosi, tanto “sono tutti così”.

Io non voglio credere che “sono tutti così”, ma se anche fosse vero non riesco ad accettarlo, e tra i miei criteri di voto metto come priorità la fedina penale pulita. E’ il mio modo di combattere: forse sono un’ingenua, forse la mafia si vince anche così. Non ho risposte, ma non voglio sentirmi impotente e rassegnata, e a costo di provare fino alla fine la delusione della sconfitta, voglio seguire la strada verso cui mi portano le tue lacrime. Te lo giuro, Rosaria, avrò sempre il coraggio di cambiare!

Graziana Urso

Annunci