La casa di Arcangelo si confonde tra le tante che si affacciano sulle vie del centro di Andrano, bianca, sobria e graziosa come vuole l’antica tradizione architettonica locale. Ma oltre la porta d’ingresso, l’inebriante profumo d’incenso, gli ornamenti e i drappi etnici, le immagini esotiche di un calendario che non è il nostro, ci trasportano d’incanto in una realtà sfuggente e suggestiva, quasi la facciata esterna dell’abitazione non fosse che l’involucro ingannevole di un mondo segreto e inaccessibile. Poi però basta dare un’occhiata al vassoio di tè, biscotti e pasticcini tipici del suo Paese che Arcangelo, in arabo Abdelilader, di origini marocchine, ma andranese d’adozione, ha predisposto sulla tavola per i suoi ospiti – nonostante non sia l’ora delle visite, tanto meno in pieno Ramadàn – per capire che quel suo mondo Arcangelo ha voglia di condividerlo con nuovi amici italiani. Sorseggiando una tazza di tè tra un cornetto al formaggio e l’altro, gli chiediamo di raccontarci la sua vita in Italia, e di ricostruirla tessera dopo tessera come fosse un mosaicista, lui che giungendo per primo ad Andrano ha gettato le fondamenta della comunità maghrebina del posto.

Che cosa ti ha spinto a venire in Italia? E perché hai scelto di stabilirti proprio in un piccolo paese del Meridione?

Ho scelto l’Italia a occhi chiusi, senza sapere a che cosa andassi incontro. Era il 1980, lavoravo a Casablanca come riparatore di macchine tessili presso una fabbrica di tessuti, e non conoscevo molto il vostro Paese, dato che in pochi potevano permettersi giornali e tv. Però non ero soddisfatto della vita che conducevo, volevo un lavoro sicuro e maggiori garanzie sul mio futuro e su quello della mia famiglia, che avevo messo su da poco, sposando mia moglie Najia. Così sono partito, senza aver bisogno neppure del visto, dato che all’epoca era sufficiente il passaporto. Sono arrivato in Sicilia dopo un lungo viaggio, e mi è venuto in mente di raggiungere un mio parente che lavorava a Castiglione di Andrano. Da lì è iniziata la mia avventura.

Il tuo è un Paese di agricoltori, mentre tu sei un venditore ambulante. Come mai tu e molti dei tuoi connazionali giunti in Italia vi siete dedicati commercio?

Quando sono arrivato nel vostro Paese, un immigrato era un “signor nessuno”. Non c’era una legge che regolamentasse il nostro status, eravamo tutti clandestini, e senza il permesso di soggiorno non c’era speranza di poter avere un contratto di lavoro. L’unica chance concreta di guadagnarci da vivere era metterci in proprio. Così, ho cominciato a girare i mercati della zona e a procurarmi i primi soldi. Non è stato facile, e lo è ancora di meno oggi con la crisi economica di questi tempi. Ma almeno ora viviamo in condizioni decenti. Sai quanto ci ho messo per trovare un tetto sulla testa? Tre mesi. Mi arrangiavo come potevo, un po’ mi ospitava quel mio parente che risiedeva a Castiglione, un po’ dormivo in macchina. Alla fine ho affittato una stanza in paese, che dividevo con altri cinque miei connazionali arrivati nel frattempo in Italia.

Perché non vi siete rivolti al Comune, chiedendo sussidi o una casa popolare?

All’epoca lo Stato italiano non si occupava di noi, né noi cercavamo l’aiuto delle istituzioni. In Marocco dovevi cavartela da te: era tuo solo ciò che guadagnavi con il tuo lavoro. Siamo andati avanti così per anni, stringendo i denti e affrontando mille difficoltà: la lingua, innanzitutto. Non esistevano corsi di italiano per immigrati: imparavamo a comunicare un giorno dopo l’altro, semplicemente stando in mezzo alla gente. E poi c’era il problema dell’acqua corrente, che nella nostra abitazione non arrivava. Dovevamo correre alla fontana della piazza per procurarcela, e per fare una doccia occorreva recarsi fino a Lecce, in Piazza S. Oronzo, dove c’erano i bagni pubblici. Questo fino all’87. Poi sono state varate le prime leggi sull’immigrazione, e qualcosa è cambiato.

Come ne avete avuto notizia?

Dalla Tv. Di certo nessuno è venuto ad informarci dei nostri diritti. Ora è diverso: pensa che la Prefettura di Lecce ha in programma di inviare a tutte le famiglie di immigrati della Provincia una videocassetta illustrativa sul nostro status. Da parte delle istituzioni è un segno d’interesse che apprezziamo molto.

In quei primi difficili anni hai mai pensato di tornare sui tuoi passi?

No, perché guadagnavo piuttosto bene, e riuscivo a mandare denaro anche ai miei famigliari in Marocco. Nell’85 mi sono trasferito in provincia di Arezzo, in Toscana. Di lavoro ce n’era tanto, ma i rapporti umani lasciavano a desiderare. Avevo nostalgia della vita umile e genuina del sud, del saluto dei conoscenti, di una semplice stretta di mano. E allora sono tornato ad Andrano, e non me ne sono più andato. Due anni dopo ho trovato una casa grande e accogliente e mi ha raggiunto la mia famiglia. Una delle mie figlie, la minore, è nata in Italia, a Poggiardo.

La tua famiglia è felice di vivere ad Andrano?

Sì, loro si sono inseriti subito, e per fortuna non hanno dovuto subire le privazioni che ho sofferto io. All’epoca del nostro ricongiungimento, abbiamo valutato se fosse il caso di trasferirci in città. In effetti nei grandi agglomerati urbani ci sono molte più possibilità di lavoro e molta più assistenza, oltre ad associazioni ed organizzazioni che promuovono da anni l’integrazione razziale. Ma poi non me la sono sentita di lasciare questo paese, che mi aveva dato tanto, e al quale mi sono affezionato. Anche i miei ragazzi sono assolutamente contrari ad un trasferimento: qui si sono costruiti la loro vita, hanno i loro amici, la scuola e i loro punti di riferimento: sarebbe come sradicarli un’altra volta. L’unico a vivere fuori è mio figlio maggiore, che al momento è a Bologna per cercare un impiego.

Come trascorri il tuo tempo libero?

Non ho quasi mai tempo libero. Lavoro tutta la settimana, e quando sono in pausa vado a caricare la merce da vendere.

Vuoi dire che non ti concedi mai una capatina al bar del paese?

Sì, a volte. Prendo un caffè, ma non mi fermo a giocare a carte come fanno i miei compaesani italiani. A me basta una chiacchierata tra amici.

E chi sono i tuoi amici?

Miei connazionali, ma non solo. In questi anni ho costruito rapporti d’amicizia duraturi anche con persone italiane, non esclusivamente andranesi. Mi è capitato di essere invitato a pranzo o a cena e di ricambiare la cortesia. Ho legato molto con i vicini di casa di turno, anche se è certamente più facile condividere momenti di svago o di festa con chi ha le tue stesse tradizioni.

Parliamo della tua religione. E’ difficile essere musulmani in Italia?

Io non l’ho mai trovato difficile, l’Italia è un Paese tollerante molto più di altri. L’unico impedimento è dato dall’assenza in paese di un luogo di culto. Ma noi non abbiamo mai preteso nulla, preghiamo in casa e quando arriva il venerdì ci mettiamo in viaggio per Ruffano o Lecce, punti di ritrovo della comunità islamica salentina. Del resto come potresti chiedere una moschea, se è già dura trovare un posto per dormire?

In Italia hai trovato un altro credo religioso, un’altra società, un’altra mentalità. Hai nostalgia della tua terra d’origine?

Sì, infatti torno in Marocco tutti gli anni, e per farlo mi sottopongo allo stress non indifferente di quattro lunghi giorni di viaggio, dato che per evitare il deserto devo attraversare l’Italia, la Francia e la Spagna, prima di prendere il traghetto per il mio Paese. C’è un pullmann che parte da Lecce ogni fine settimana: come vedi i miei connazionali sentono l’esigenza di rimpatriare spesso. Molti ragazzi marocchini che nascono in Italia vengono “rispediti” nel Maghreb per alcuni mesi, in modo che possano imparare l’arabo e conoscere le tradizioni della propria terra d’origine. Io stesso l’ho fatto con i miei figli nel ’92, e non rinuncio a mantenere un filo diretto con la mia patria anche quando sono ad Andrano: per questo mi sono munito di un’antenna parabolica che mi permette di seguire la rete rai Mediterranea, e i canali arabi come Al Jazeera.

Qual è l’aspetto che l’ha colpita di più dell’Italia?

La cultura democratica, che negli anni Ottanta era inesistente in Marocco. Qualunque azione o parola male interpretata poteva costare la galera, mentre qui ci si poteva esprimere liberamente. Non è cosa da poco. Ora nel mio Paese c’è un cambiamento in atto, grazie all’avvento di una monarchia moderata. Speriamo ci siano ulteriori progressi.

E la condizione femminile in Occidente? Non era anche questo un dato sorprendente?

No, assolutamente. Anche le nostre donne sono emancipate, e lo erano già negli anni Settanta e Ottanta. Le loro abitudini e il loro stile di vita sono un fatto religioso, non politico. Certo, in un regime che privava tutti dei diritti fondamentali, per le donne c’erano molti meno spazi di espressione, ma oggi non ci sono più limiti. In ogni caso le donne italiane non mi stupivano in negativo, anzi, se non fossi già stato ammogliato, me ne sarei sposata una.

Negli scorsi mesi si è parlato molto del diritto di voto agli immigrati. Sei favorevole?

Certo. Credo che un immigrato privo del diritto di voto nel proprio Paese d’origine (noi marocchini l’abbiamo perso trasferendoci in Italia) abbia il diritto di esprimere la propria preferenza politica in quello d’adozione. Non siamo diversi dai cittadini italiani: siamo parte integrante di questo stato, vogliamo sentirci più partecipi e considerati, e discutere insieme a voi del nostro futuro.

Il tuo futuro è ormai legato indiscutibilmente ad Andrano?

Chi può dirlo? Gli affari ultimamente non vanno a gonfie vele, la mia abitazione è in vendita, e io e la mia famiglia non siamo ancora riusciti a trovare un’altra sistemazione. Di tanti che eravamo non è rimasto che il 20%. Ma, nonostante tutto, questo posto mi piace, e quando sono fuori e rimetto piede sulla statale Lecce–Maglie–Leuca provo un’emozione indescrivibile: sento quasi aria di casa…

 

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