Intervista esclusiva al prof. Luigi Perrone, docente di Sociologia delle migrazioni, delle culture e delle relazioni etniche.

L’immigrazione e le sue problematiche sono al centro degli studi dei sociologi contemporanei. Un resoconto sull’integrazione degli extracomunitari nei piccoli centri salentini sarebbe dunque incompleto senza un’analisi sociologica del fenomeno. L’abbiamo chiesta al Prof. Luigi Perrone, docente di Sociologia delle migrazioni, delle culture e delle relazioni etniche presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Lecce, e pioniere degli studi sull’argomento. Durante il colloquio con il Prof. Perrone, abbiamo affrontato il tema dell’immigrazione di provincia, ampliando via via l’orizzonte del discorso verso scenari di più complessa portata storica ed ideologica.

Professor Perrone, nel Salento non sono pochi gli immigrati che hanno scelto di vivere nei piccoli comuni. Che cosa li ha indotti a privilegiare il paese alla città come luogo d’insediamento ?

La maggioranza degli immigrati che vivono in paese sono di nazionalità marocchina: non si può prescindere da questo dato nel considerare le ragioni dell’immigrazione di provincia. Esiste infatti una correlazione molto stretta tra la scelta del piccolo comune come luogo d’insediamento e il sostrato etnico e culturale dei gruppi migratori. L’immigrazione marocchina, la prima nel Salento, è anzitutto un’immigrazione di ripiego, nasce cioè a seguito delle “politiche di stop” messe in atto negli anni ’70 dai Paesi verso cui erano tradizionalmente diretti i flussi migratori maghrebini. La modifica del progetto migratorio iniziale ha determinato perciò la necessità di “arrangiarsi” in un’Italia del tutto impreparata al nuovo fenomeno. L’impossibilità di avere un contratto regolare di lavoro ha così indotto gli immigrati marocchini ad optare per l’unica forma di sussistenza remunerativa: il commercio ambulante, una professione particolarmente redditizia nei piccoli centri. I maghrebini sono riusciti a coprire tutti i mercati locali, tanto da essere comunemente identificati come “tapì” (dal termine con cui nelle fiere cercavano di richiamare l’attenzione dei passanti sui loro tappeti), ricreando nelle loro bancarelle un suk in miniatura di prodotti utili al menage familiare – dalla radiolina alle tovaglie, ai capi d’abbigliamento – e riuscendo finanche a diventare grossisti. Persuasi dal successo dei loro connazionali, secondo il meccanismo dell’immigrazione per catena altri marocchini hanno raggiunto il Salento, insediandosi nelle stesse località in cui vivevano i rispettivi parenti o conoscenti, e fondando in tal modo vere e proprie comunità di immigrati. Inoltre, vi era un vantaggio non trascurabile nella scelta di stabilirsi in paese, vale a dire il costo contenuto dell’affitto della casa. C’è da considerare che, perlomeno in una prima fase, l’immigrazione marocchina si presentava come un fenomeno stagionale, dato che nei periodi invernali, di calo lavorativo, molti immigrati tornavano nel Paese d’origine. Era dunque inutile investire i propri guadagni nell’acquisto o nell’affitto delle costosissime abitazioni di città.

Oggi però è in atto una fase di stabilizzazione.

Sì, gli immigrati marocchini stanno attraversando la seconda fase di quella che i sociologi del fenomeno definiscono Scala di Boehring: il riadattamento nel territorio. Dopo il primo impatto e i conseguenti problemi legati alla casa e al lavoro, dopo l’ottimizzazione delle proprie risorse e la creazione di circuiti sociali, vi è la stabilizzazione a seguito del ricongiungimento familiare. E’ un dato che riguarda principalmente, ma non esclusivamente, i marocchini. Nel Salento vi sono infatti altre comunità ben strutturate di immigrati, come quella senegalese, albanese e srilankese. Altre ancora sono invece scomparse dal territorio prima della stabilizzazione: mi riferisco al gruppo tunisino, l’altra anima del Maghreb, e a quello mauriziano, capoverdiano ed etiope, che un tempo registravano una discreta presenza nel leccese, ed oggi sono praticamente inesistenti. Sono in forte calo anche i somali, che a differenza degli altri immigrati presentano caratteristiche di vicinanza culturale con l’Italia, in virtù della dominazione coloniale e dell’affinità di religione. Guarda caso si sono insediati nel Salento attraverso canali cattolici.

A proposito di religione, qual è stato l’atteggiamento della Chiesa salentina di fronte al fenomeno migratorio? Ha cercato il dialogo con le comunità non cattoliche? E c’è stata unità d’idee e d’azione tra il vertice e la base?

Dalle grandi alle piccole parrocchie, la Chiesa salentina ha svolto un ruolo chiave nell’inserimento degli immigrati nel territorio. Ricordo ancora il fervore e lo spirito di solidarietà con cui la Caritas provinciale si è prodigata in loro favore negli anni 80, quando il problema immigrazione si cominciava appena ad avvertire. Il mondo ecclesiastico ha saputo fare autocritica rispetto agli errori compiuti in passato durante le missioni evangelizzatrici di età coloniale, e proporsi come “galleggiante sociale”, ovvero come referente principale, per tutti gli immigrati, cattolici e no. La sua è stata ed è una politica “miserabilista”, più attenta ai bisogni concreti che a politiche programmatiche, ma non vuol dire che non rivesta un’importanza fondamentale. Negli ultimi anni, mentre le piccole parrocchie hanno continuato a profondersi in opere caritatevoli a favore degli extracomunitari, c’è stata un’inversione di rotta ai vertici del clero salentino, impegnato, più che nell’aiuto solidale agli immigrati che versano in situazioni di emergenza, a prevenire l’immigrazione attraverso strategie di sostegno ai Paesi a rischio. Sulla carta, perché di fatto l’Italia è in Europa lo Stato che destina meno risorse finanziarie (appena lo 0,1%) alla cooperazione internazionale.

A partire dagli Anni 90 la legislazione italiana ha regolamentato lo status dell’immigrato, indicando una serie di provvedimenti che dovrebbero favorire il suo inserimento nel tessuto socio-economico-culturale del Paese. Ha sortito effetti significativi nel Salento?

Non direi, né in città, né in provincia. Ciò dipende in gran parte dal ritardo istituzionale con cui sono arrivate le prime leggi, e dal colpevole disinteresse dei soggetti politici nel promuoverne l’attuazione. Dalla Regione, alla Provincia, ai singoli comuni, è preoccupante l’assenza di politiche di programmazione, che consentano agli immigrati di avere una propria rappresentanza. D’altronde, fino a quando non sarà possibile garantire loro una cittadinanza sociale, è inconcepibile l’ipotesi che possano raggiungere una cittadinanza politica, che miri, prendendo a prestito la terminologia marxista, a forme di democrazia sostanziale e non solo formale. Naturalmente esistono rari casi di integrazione, ma siamo ben lungi dal predisporre una strategia di coordinamento che vada al di là di progetti sporadici e privi di incidenza. E’ necessario che le istituzioni facciano affidamento a persone dotate di memoria storica, capaci di mettere la propria professionalità al servizio degli immigrati, per renderli davvero partecipi della vita del Paese. Invece siamo ancora all’anno zero. Si pensi che un immigrato che non conosce la lingua e si reca in ospedale per problemi di salute, non ha a disposizione neppure un mediatore culturale che gli permetta di stabilire un filo diretto col medico.

In questo contesto la scuola può rappresentare un veicolo di emancipazione sociale per l’immigrato?

Certamente aiuta, anche se il successo scolastico – un ottimo propellente per il successo sociale – è legato a diversi fattori. Prima di tutto il progetto migratorio dei genitori, che determina nei ragazzi un impegno differente a seconda che sia di breve o di lunga durata. E’ importante inoltre il sistema linguistico di provenienza: quanto più vicina è la lingua d’origine a quella del Paese d’adozione, tanto più alto è il grado di adattabilità dell’immigrato alla nuova scuola. C’è poi un altro dato rilevante, ossia il livello d’istruzione dei genitori, dunque la possibilità di essere seguiti o meno dalla famiglia durante il processo di apprendimento. Ne emerge che il gruppo migratorio meglio inserito nelle scuole italiane sia quello albanese, che ottiene un successo addirittura maggiore di quello degli studenti autoctoni. In grande difficoltà sono invece i marocchini, fortemente penalizzati da un idioma estremamente lontano dal nostro. La responsabilità è comunque del sistema scolastico italiano, che non ha ancora elaborato politiche culturali unitarie, adeguate alle necessità degli alunni immigrati. I buoni risultati che si ottengono dipendono perlopiù dalle iniziative dei singoli docenti, volte a favorire l’accettazione del compagno straniero nella scolaresca. In generale, laddove ci sono insegnanti informati, ci sono anche studenti informati e aperti al dialogo interculturale.

Armando Gnisci, docente di Letterature comparate presso la Facoltà di Lettere della “Sapienza” di Roma, ha indicato come via per l’integrazione la “decolonizzazione” dell’Occidente, vale a dire un’autocritica radicale dell’arroganza e del pregiudizio dell’”assoluta superiorità occidentale”. Lei concorda?

Sì, totalmente. Le dirò di più. Non mi piace il termine “integrazione”, perché implica l’idea di un adattamento delle comunità in minoranza alla comunità dominante. Preferisco parlare di interrelazione, ovvero di una relazione fra due gruppi etnici che si modificano reciprocamente per contatto. E’ a questo che dobbiamo mirare. Certo, sarà difficile liberarsi del nostro etnocentrismo, ma se lo trasformiamo – come hanno proposto i due antropologi De Martino e Lanternari – in etnocentrismo critico, possiamo superare la nostra “presunzione di superiorità” e fondare un’identità aperta e trasversale, che si costruisca attraverso sincretismi culturali. L’ultimo grado della scala di Boehring riguarda l’associazionismo non per gli immigrati ma con gli immigrati, che sostituisce all’interesse etnico un interesse universalistico. Quando riusciremo a raggiungerlo, allora in Italia potremo parlare davvero di democrazia.

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