Vivono ai margini dei margini, dove la storia passa sommessa, senza clamori, scandita dai rintocchi di un campanile e dal ritmo ciclico e regolare dell’esistere quotidiano. Sono gli immigrati di provincia, uomini, donne e bambini che hanno scelto di costruire la propria vita italiana lontano dal frenetico caos cittadino, nei piccoli comuni del leccese, dove, fino a pochi anni fa, la sfida dell’integrazione si poteva vincere facendo leva solo sulle proprie forze. Oggi gli effetti del Testo Unico sull’immigrazione, approvato per decreto legislativo il 25 luglio 1998, cominciano a farsi sentire anche all’interno delle comunità straniere di paese. Ma siamo solo all’inizio.

Scalo di approdo per migliaia e migliaia di profughi albanesi, curdi e Kossovari, paradossalmente il Salento registra per lo più insediamenti marocchini, precedenti di un decennio alle ondate migratorie degli anni ‘90. L’immigrazione nordafricana, che negli anni ’70 e ’80 trasformò poco a poco il leccese da terra di emigranti in terra di immigrati, ha assunto strada facendo un carattere stabile, grazie al ricongiungimento di donne e bambini ai rispettivi capifamiglia già dotati di regolare permesso di soggiorno. Ecco perché uno studio attento della comunità maghrebina locale può fungere da cartina di tornasole dell’integrazione straniera nel territorio.

Abbiamo preso in considerazione gli extracomunitari marocchini della circoscrizione di Tricase, con l’intento di delineare un quadro il più possibile fedele e completo dei progressi, delle difficoltà e degli impedimenti che caratterizzano la società multietnica dei piccoli agglomerati urbani. In particolare, ci siamo chiesti se sia davvero possibile parlare di multietnicità laddove non vi è che una minoranza alquanto esigua di immigrati, che oltre a vivere le problematiche relative al proprio status spesso precario, devono affrontare anche quelle che il paese pone di per sé a chi vi risiede: l’assenza di lavoro, innanzitutto.

Tasto dolente per i giovani italiani dei piccoli centri di provincia, la disoccupazione risparmia ancor meno i ragazzi maghrebini, che il più delle volte hanno come unico concreto sbocco professionale il commercio ambulante, tradizionale attività degli immigrati marocchini in Italia. Di fronte alla crisi economica che ha colpito l’intero settore, occorre tuttavia pensare a soluzioni alternative. Oggi come oggi i giovani nordafricani hanno di fronte a sé due sole opzioni: cercare un lavoro dipendente, o lasciare il paese per le città del nord. Spesso le due cose coincidono, tanto che molti decidono di fare le valigie una seconda volta e separarsi così dalla propria famiglia. D’altro canto c’è chi trova lavoro da queste parti, ma si tratta per lo più di impieghi incerti e mal retribuiti, dall’operaio al manovale, al cameriere. Più critica è la situazione dei più anziani, che con il commercio ambulante non riescono a garantire alla propria famiglia un reddito sufficiente, e per i quali è comunque difficile reinventarsi una professione. Nessun aiuto viene in tal senso dalle donne, in gran parte casalinghe, cosicché la tipica famiglia marocchina del Sud Salento risulta monoreddito e in palese affanno economico. Le ragioni della disoccupazione femminile non sono però da ricercare in una presunta condizione d’inferiorità sociale della donna. In parte incidono motivi pratici – l’impossibilità reale di trovare un’attività professionale per le madri di famiglia – e in parte motivi religiosi – l’intera popolazione maghrebina provinciale è musulmana, e guarda con sospetto alla presenza femminile in luoghi pubblici frequentati anche dagli uomini, come un qualsiasi posto di lavoro. Le donne più giovani cercano tuttavia di “arrangiarsi”, lavorando in fabbrica o come badanti.

Ma due complicazioni notevoli limitano drasticamente le chance professionali di uomini e donne marocchini: il grado d’istruzione e la lingua. Chi arriva dal Marocco ha un titolo di studio che nel migliore dei casi corrisponde alla nostra terza media, e risulta dunque privo di quelle competenze intellettuali richieste da lavori che non si fondino prettamente sulla forza fisica. Chi poi proviene dalle zone rurali del Maghreb quasi non ricorda la propria data di nascita, e conosce a stento la propria firma. Imparare l’italiano è perciò per molti immigrati marocchini quasi un’impresa, considerate le loro condizioni di partenza.

Negli ultimi tempi si è comunque accennato a qualche sforzo per superare queste barriere. Il CRIT (Centro Risorse Interculturali del Territorio) istituito a Tricase nel settembre 2003 e operativo dal novembre dello stesso anno, ha organizzato nella primavera del 2004 corsi d’italiano per immigrati. A Tricase e ad Andrano sono così confluiti extracomunitari da ogni parte della circoscrizione, grazie anche ad un servizio di trasporto finanziato dal centro. Tuttavia le attività del CRIT sono frutto perlopiù dell’opera meritoria di poche persone di buona volontà, e non di un programma sistematico e di ampio respiro. “Abbiamo fondi esigui – afferma la responsabile, la Prof.ssa Marisa Blandolino – che non ci consentono di andare incontro alle esigenze degli immigrati di tutto il territorio, come invece vorremmo. Sarebbe bello poter portare i nostri corsi d’italiano in diversi centri della circoscrizione, ma dobbiamo limitarci a due soli poli (Gagliano del Capo ed Andrano), poiché non disponiamo di risorse finanziarie sufficienti a coprire le spese”. Nelle casse del CRIT non ci sono neppure i soldi necessari a retribuire i docenti dei corsi di lingua, che lavorano a titolo gratuito e si avvalgono della collaborazione di una sola mediatrice culturale.

Non sono molto più organizzati i distretti scolastici. In generale nelle scuole primarie e secondarie di primo grado del Sud Salento i dirigenti affidano l’incarico di seguire gli alunni immigrati, oltre che all’insegnante della classe in cui sono inseriti, ad un docente trasversale, che li sostiene durante il percorso di apprendimento. Peccato però che, salvo poche eccezioni, la maggioranza degli insegnanti in questione non abbia competenze specifiche in materia di intercultura, né sappia comunicare meglio di altri colleghi con i nuovi arrivati. La stessa programmazione personalizzata prevista dalla legislazione scolastica viene elaborata da un insegnante altrettanto privo di strumenti didattici adeguati: così, tenendo presente il livello iniziale dei ragazzi si finisce sì per porre loro obiettivi differenti da quelli fissati per gli studenti italiani, senza però che vengano messe a punto strategie d’insegnamento efficaci. E per colmare il gap con i compagni, ai ragazzi extracomunitari non basta il programma di recupero scolastico pomeridiano garantito dai Comuni attraverso il servizio civile, se è posto in atto con gli stessi criteri. Così c’è chi incorre nella bocciatura, e i successi scolastici sono casi rari.

E’ pur vero che i ragazzi marocchini si assentano spesso per lunghi periodi da scuola, e che i loro genitori programmano i viaggi di ritorno in Marocco senza alcuna considerazione delle necessità e dei tempi scolastici. Ma è anche vero che è difficile per extracomunitari talvolta privi d’istruzione comprendere l’importanza che riveste la scuola in Italia senza il supporto di un mediatore culturale, che funga da trait d’union tra il loro mondo e il nostro. Per avvicinare le due realtà il CRIT ha in cantiere un nuovo progetto, un corso sulla lingua, le tradizioni e i costumi arabi da destinare agli italiani del territorio, finora assai poco motivati ad aprirsi alla conoscenza di una civiltà tanto distante dalla nostra. Del resto, nei paesi di provincia non sono mai stati organizzati convegni, mostre, conferenze, feste che avessero per protagonisti gli immigrati e il loro mondo. Nelle piccole biblioteche comunali è molto difficile reperire testi che non siano italiani e che non riguardino la cultura italiana ed europea. Persino nell’abbigliamento si nota che lo sforzo verso l’interrelazione etnica è unilaterale: ci sono ragazzi e ragazze che accanto al kaftan, all’higiab e alla gellaba (costumi tradizionali del Marocco), indossano blue jeans, cappelli sportivi e giubbotti alla moda, facendosi interpreti di un modo d’essere che non rinnega le origini maghrebine, ma che evidentemente apre all’Occidente. Di contro non vengono apprezzati dai teen-agers locali i capi in vendita nelle bancarelle marocchine, che pure – a detta dei venditori – registrano un certo successo tra gli adolescenti di città.

In paese i rapporti interpersonali tra bambini e ragazzi immigrati e bambini e ragazzi italiani sono tuttavia più che buoni, e gli uni partecipano della vita degli altri. Più complicate le relazioni tra adulti, che non vanno oltre un rapporto di buon vicinato e di scambio di piccoli favori, sebbene, rispetto agli extracomunitari di città, gli stranieri di paese abbiano molte più opportunità di stabilire contatti sociali con gli abitanti del posto. D’altronde, il modus vivendi degli extracomunitari maghrebini è assai lontano dallo standard italiano. Soprattutto, è difficile per una donna del posto fare amicizia con una donna marocchina, che ha ben pochi altri interessi all’infuori delle cure famigliari e che vive perlopiù in casa e per la casa.

La casa, per l’appunto, è il problema più urgente per la comunità maghrebina di paese. Nessun immigrato ha denaro a sufficienza per acquistarne una, né è facile trovare appartamenti in affitto. Il più delle volte le abitazioni degli extracomunitari marocchini sono le vecchie case dei centri storici, date in locazione a prezzi convenienti, ma umide, anguste e del tutto prive di confort. Ci sono Comuni che offrono agli immigrati alloggi popolari, ma nella maggior parte dei casi l’extracomunitario del piccolo centro deve cavarsela da sé. Di buono, c’è la maturazione di una nuova consapevolezza civile da parte del gruppo marocchino, che non cerca più solo la casa, ma la rivendica come un suo diritto.

Rispetto a qualche anno fa – spiega Dora Accogli, responsabile dell’Ufficio Servizi Sociali del Comune di Andrano – gli immigrati di oggi sono più coscienti della loro posizione giuridica e sono al corrente di tutti i servizi ai quali possono accedere per legge”. Nello specifico, i diritti che esercitano anche gli immigrati di paese riguardano i contributi per chi ha un regolare contratto di locazione sulla base della legge 431/98, l’assistenza sanitaria, l’assegno di maternità, il rimborso della spesa per i libri di testo scolastici, le borse di studio e il sussidio economico per i meno abbienti.

Manca però ancora l’esercizio di un diritto fondamentale per il progresso delle comunità extracomunitarie di provincia e non solo: il diritto alla rappresentanza politica, sancito di recente dall’”Handbook on Integration” della Commissione Europea. ”La partecipazione degli immigrati al processo democratico e alla formulazione delle politiche e delle misure in materia di integrazione sostiene la loro integrazione” osserva il documento, invitando gli Stati membri dell’UE a riconoscere il diritto di voto almeno a livello locale e amministrativo. Gli immigrati marocchini – immigrati di paese – cercano di avvicinarsi alle istituzioni, sanno che non prendendo parte al dibattito politico delle piccole comunità in cui vivono non potranno essere coinvolti nelle scelte che li riguardano in prima persona, ma non sono ancora in grado di organizzarsi in associazioni tramite cui dar voce alle loro necessità. E non lo sono perché non provengono da paesi di tradizione democratica e non sono preparati alla dialettica politica, che in ogni caso non potrebbero affrontare dato che non hanno gli strumenti linguistici per farlo.

La chiave risolutiva di questo sterile circolo vizioso è tutta lì, in un altro punto focale fissato dall’”Handbook” europeo e già affrontato nella nostra inchiesta: la formazione. Che non è solo verso l’immigrato, ma è anche dall’immigrato, e diventa cooperazione per l’approdo ad una reale società multietnica. Solo attraverso un’operazione culturale che coinvolga giovani e adulti, extracomunitari e italiani, economia, scuola, politica e società, sarà possibile accelerare l’integrazione, che è arricchimento e strumento di crescita della società civile. E’ un discorso che vale per gli immigrati marocchini, ai quali abbiamo circoscritto lo sguardo e che rappresentano l’unico gruppo migratorio di rilevanza numerica nel territorio del Sud Salento, ma che può facilmente allargarsi a qualsiasi altro straniero che sia già insediato o voglia insediarsi in futuro in un piccolo centro di provincia. C’è di più. I paesini del leccese si sono appena immessi sulla strada della modernizzazione, e sono chiamati a superare il muro della carenza di infrastrutture, di lavoro, di enti culturali, di trasporti efficienti, in altre parole la loro atavica marginalità rispetto alla città, che spinge molti giovani ad abbandonarli. In questo contesto gli immigrati costituiscono una risorsa in più, a cui dare visibilità e spazi di espressione. Perché non coinvolgerli nella sfida per il progresso?

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