Intervista esclusiva al Console generale del Sudafrica in Italia. Per conoscere luci ed ombre di un paese atteso al varco dei Mondiali 2010.

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E’ il paese più sviluppato del Continente nero, l’unico capace di sopravvivere a due forme di colonialismo: quello anglo-olandese e quello dei bianchi sui neri. A quasi 15 anni dalla fine dell’apartheid, la Repubblica Sudafricana non ha ancora smaltito le macerie del suo passato segregazionista, ma è riuscita a traghettare pacificamente un popolo lacerato dalle politiche razziali verso un sistema democratico multietnico. Ne abbiamo parlato con il Console Generale del Sudafrica in Italia Nomvuyo Nokwe. Una donna. Nera. Quasi un simbolo della svolta politico-sociale del suo paese.

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In Sudafrica – spiega – le donne nere sono state oppresse due volte – per la struttura patriarcale della società e per il colore della pelle – ma hanno reagito combattendo. Nel 1912, quando l’African National Congress decise di escluderle dal voto all’interno del partito, si opposero rivendicando i loro diritti in quanto esseri umani, prima ancora che come donne. Nel 1956 scesero in piazza a Pretoria contro la “legge dei lasciapassare” che estendeva anche a loro il divieto di accesso alle aree urbane dei bianchi: sei anni prima gli uomini avevano taciuto. Oggi il Sudafrica non potrebbe fare a meno di tutte le sue donne, che sono state protagoniste della ricostruzione del paese, tant’è vero che costituiscono il 30% dei parlamentari e il 50% degli amministratori locali.

Nel nuovo Sudafrica l’apartheid è un capitolo chiuso?

Trecento anni di segregazione razziale non si cancellano con un colpo di spugna. L’integrazione tra bianchi e neri è un processo in atto all’insegna del perdono, il principio al quale si è ispirata la Commissione per la verità e la riconciliazione presieduta dal Premio Nobel Desmund Tutu, che ha scongiurato il rischio di una guerra civile. La Costituzione ha abolito l’apartheid e oggi un nero può abbandonare le township scegliendo di vivere ovunque. Di fatto, però, raramente si sposta nelle aree abitate dai bianchi, “blindate” da un clima di sospetto, dal timore di violenze.

Non è un mistero che in Sudafrica il tasso di criminalità sia alquanto elevato.

La criminalità è un retaggio dell’apartheid, correlata all’assenza di lavoro e alla scarsa istruzione. Solo il 20% dei crimini in Sudafrica è di matrice mafiosa, gli altri maturano all’interno di nuclei sociali in cui manca la cultura della denuncia. Tuttavia i media ingigantiscono il fenomeno, dando corpo ad una propaganda negativa che non rispecchia completamente la realtà, dietro cui si celano forse interessi esterni legati all’organizzazione dei prossimi Mondiali di calcio (che si terranno in Sudafrica nel 2010, ndr). Le cifre ufficiali dicono anzi che la criminalità è in calo, anche se il governo ha aumentato il numero di forze dell’ordine e collabora con l’Interpool. D’altronde, la sicurezza di un paese si misura anche in termini di turismo: ebbene, il Sudafrica è la seconda meta africana dopo le Mauritius, e negli ultimi anni ha visto incrementare del 3% il numero di visitatori, e addirittura del 4% il numero di visitatori italiani.

Le relazioni tra Sudafrica e Italia sono anche di natura economica?

L’Italia è nella top ten del Sudafrica per l’import-export, soprattutto nel settore minerario, e i nostri paesi sono legati da accordi bilaterali e multilaterali. Nel dicembre 2006, inoltre, abbiamo ricevuto la visita di una vostra delegazione di imprenditori in preparazione ad una missione, guidata da Confindustria, che a luglio porterà nel nostro territorio 200 piccole e medie imprese italiane. Naturalmente ci aspettiamo di poter presto presentare anche noi le nostre aziende in Italia.

Qual è il volto della nuova imprenditoria sudafricana? Chi detiene il potere economico?

Il Sudafrica è ancora un paese a due economie, quella bianca, dell’alta finanza e dei monopoli, e quella nera, della povera gente che non ha accesso ai fondi. Tuttavia il governo sta cercando di promuovere l’ingresso dei neri nel mercato del lavoro, determinando per legge il numero di persone di colore da assumere in un’azienda, e sollecitando i prestiti bancari. In realtà il modo più efficace per creare un unico sistema economico sarebbero proprio le piccole e medie imprese, ma i neri non hanno competenze sufficienti a gestirle con successo. Da qui il piano del governo per sostenere le zone colpite dalla disoccupazione attraverso attività di formazione professionale che il regime segregazionista aveva destinato solo a una minoranza. Cerchiamo opportunità di training anche all’estero, in Italia per esempio, dove tra l’altro reclutiamo ingegneri per la progettazione di infrastrutture in vista di Sudafrica 2010.

L’arretratezza culturale è un ostacolo anche nella lotta all’AIDS, la nuova piaga del Sudafrica?

Certamente. Le strutture sanitarie offrono tutte le cure necessarie, ma a volte i pazienti non sanno neppure come e quando prendere le medicine. Il governo ha diffuso farmaci antivirali e ha riconosciuto la pensione di invalidità alle persone affette dalla malattia, ma l’AIDS è un problema che attiene alla sfera dei comportamenti privati e delle convenzioni sociali, su cui è difficile intervenire dall’alto. C’è anche da dire che i media attribuiscono spesso all’AIDS decessi causati da malattie che si nascondono dietro la sieropositività, come la tubercolosi o la denutrizione.

Lei accennava ai Mondiali di calcio. Il presidente Mbeki sostiene che saranno un’opportunità di sviluppo per tutta l’Africa.

E’ così. In politica estera la nostra priorità è il consolidamento dell’agenda africana, e i Mondiali rientrano in quest’ottica. Sarà il nostro paese a ospitare l’evento, ma i suoi benefici economici si ripercuoteranno su tutto il continente. A tal scopo, nei mesi scorsi il presidente Mbeki e il presidente della FIFA Blatter hanno stipulato ad Addis Abeba una convenzione che prevede progetti di sviluppo per l’intera Africa, anche oltre il 2010.

La disputa sui nomi delle città che ospiteranno le partite mondiali ha messo in rilievo il cambiamento formale che il Sudafrica ha intrapreso all’indomani dell’apartheid. Era necessario un rinnovamento anche in questa direzione?

Bisognava recuperare un’identità nazionale: per trecento anni siamo stati deculturalizzati, non abbiamo mai potuto adottare i nomi originari della popolazione del Sudafrica. Abbiamo modificato i colori della bandiera, l’inno nazionale, lo stemma del governo e del Parlamento perché esprimessero le tante anime della nostra terra, ed ogni cittadino sudafricano potesse riconoscersi in essi, indipendentemente dal colore della pelle. Siamo un paese caratterizzato dalla diversità, ma è una diversità di cui andiamo orgogliosi. Dunque, sì, questo rinnovamento formale era necessario, perché è stato anche grazie ad esso che il Sudafrica ha ritrovato se stesso, stringendosi in un’unica nazione. Ora non solo sappiamo di essere sudafricani, ma anche perché siamo sudafricani.

 

 

 

 

 

 

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