L’ultimo tempio del maschilismo italiano è il calcio. Sacro, inviolabile, capolavoro di ipocrisia. Perché, a dirla tutta, in quel tempio ti ci fanno entrare in formale ottemperanza alla parità tra i sessi anche in materia di pallone, a patto che un insano tifo da oca starnazzante, qualche domanda svampita su punizioni, rigori e derivati, e apprezzamenti fuori luogo sull’avvenenza dei calciatori, rassicuri sulla tua ignoranza in fatto di tattiche e schemi di gioco. Allora sì che sei una donna! Doc! Come le meravigliose vallette parlanti che decorano le trasmissioni sportive di reti pubbliche e private.

Ma se avanzi qualche parere ragionevole sull’andamento della partita, parli dei calciatori in termini di qualità tecnico-atletiche e sottolinei gli errori dell’allenatore osando suggerire l’innesto che credi giusto, non puoi sfuggire a una doppia possibilità di condanna: chi non la pensa come te ti snobba dall’alto della sua esperienza di calciatore fallito – “Cosa vuoi capirne tu, che non hai mai giocato a calcio!” è l’apostrofo più cortese; chi la pensa come te ti guarda basito, esterrefatto, lasciandosi scappare un complimento da far gonfiare il petto: “Però, te ne intendi di pallone, pur essendo una donna!”.

Eh, no, non potete umiliarci comunque! Che il calcio sia uno sport praticato prevalentemente dagli uomini è una verità innegabile, ma sottovalutare per questo le opinioni femminili al riguardo non è corretto, tanto meno coerente: Gianni Brera non è mai stato un fuoriclasse!

Il problema è che, anche tra gli addetti ai lavori, tutto è cambiato perché nulla cambiasse. Sì, certo, oggi ci sono molte giornaliste nel panorama nazionale dell’informazione sportiva, ma quante hanno avuto la chance di firmare una copertina o un editoriale? La maggior parte di loro vengono imbavagliate con servizi di cronaca e interviste post-gara: chi cura le pagelle? Chi fa le telecronache? Possibile che nessuna giornalista in Italia sia in grado di occuparsene?

Ad aprire un capitolo sulla presenza delle donne in campo dirigenziale, poi, parleremmo di aria fritta. L’accesso al palazzo è un tabù, la regola senza eccezioni. L’unica, lo “strano caso” del pallone che conta, è Rossella Sensi, presidentessa della Roma, che neanche a farla apposta è la squadra italiana con il maggior numero di tifose. Il resto dell’altra metà dell’universo dov’è?

Forse le quote rosa non servirebbero solo in politica: anche il calcio è un patrimonio comune. Per carità, da voi uomini non pretendiamo nulla, neppure le scuse, ma il rispetto per una passione che è anche nostra, quello sì. Siamo credibili, che ci crediate o no.

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