Qual è il criterio in base al quale vengono intitolate le strade d’Italia? Piazza Cavour, via Dante, viale Giulio Cesare, corso Roma: è sufficiente spulciare lo stradario di una qualunque città dello Stivale per farsene un’idea. Ci si orienta generalmente su toponimi legati a personaggi o avvenimenti della storia nazionale, la cui memoria è in grado di oltrepassare la cronaca o le emozioni del momento.

Via Marco Pantani si trova ad Osimo come a Campi Salentina, e in altri centri d’Italia. Lo conferma il sito della Gazzetta dello Sport, che nel terzo anniversario della morte del Pirata invita i lettori a segnalare l’eventuale presenza di altre strade a lui intitolate.

Ma è giusto intestare una strada a Pantani?

Cesenatico, monumento intitolato a Pantani

Il ciclista di Cesenatico fece sognare un’intera nazione, regalandole la fantastica e inattesa doppietta Giro-Tour, l’estate di 9 anni fa. Fu come tornare ai tempi di Fausto Coppi – l’unico italiano ad averlo preceduto nell’impresa – quando il ciclismo contendeva al calcio il primato di sport più popolare.

Quell’estate Geremia, dopo anni di lavoro in Svizzera, era rientrato nel suo paesino d’origine, che è anche il mio, e a parlargli di Marco – a lui e a quelli come lui che in gioventù erano stati costretti ad amare la bicicletta, non disponendo di altro mezzo di trasporto – gli brillavano gli occhi. Ma quell’estate cominciai ad appassionarmi anch’io a uno sport di cui non avevo mai compreso la bellezza, e a incollarmi davanti alla Tv, fiera di quel Pantanì con il diavolo tatuato sulla pelle, angelo “vendicatore” della bruciante debàcle azzurra ai Mondiali di Francia.

Pantani vince il Tour de France

Poi arrivò la bufera, un anno dopo. L’esame dell’ematocrito, i sospetti di doping, la disillusione. Lui come gli altri. Una tegola sui sogni.

La fine del Pirata iniziò così: solo l’uomo avrebbe potuto riabilitare il campione, ma Marco Pantani si arrese alla droga, tre anni fa, spegnendosi in solitudine.

Ricordo lo shock della notizia, il profondo dispiacere umano per quel ragazzo simile a tanti di noi, fragile come noi, anzi di più. Ma anche responsabile della sua tragedia, di cui i media, francamente, non hanno colpa. Pantani non ha mai respinto gli onori che gli venivano tributati dai supporters e dalla stampa quando era considerato il fuoriclasse del ciclismo mondiale. La squalifica ha gettato un’ombra sui suoi trionfi e ha legittimamente suscitato nei tifosi il sospetto di essere stati “truffati”. Difficile reggere la pressione del j’accuse collettivo, ma nessuno ha impedito a Marco di evitarlo assumendo comportamenti congrui con l’etica sportiva.

E allora è giusto intitolargli una strada? La legge in materia, datata 1927 ma tutt’oggi in vigore, scioglie ogni dubbio: non è possibile intestare una strada a persona deceduta da meno di 10 anni, a meno che non abbia bene meritato della Nazione: il che vuol dire – foscolianamente parlando – che deve essere portatrice di esempi positivi e di messaggi chiari.

Ora resta da capire: via Marco Pantani, magari nei pressi di un palazzetto sportivo, che tipo di messaggio trasmette?

L’ambiguità non può essere un valore dello sport.

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