Il coraggio di due reporter che documentano le emergenze umanitarie per combatterle. Sognando un’Onlus contro l’indifferenza.

Il taccuino e la videocamera. E uno slancio di humanitas. Non c’è spazio per molto altro nello zaino di Catherine Boyle e Gianluca Di Santo, quando si liberano dei rispettivi impegni professionali per raggiungere gli angoli dimenticati del mondo che non fa notizia. Lei, interprete bostoniana con una laurea ad Harvard e un master in Filantropia e Media, insegna inglese a Roma, dove lui, ingegnere informatico di origini ciociare, ha maturato la sua passione per la fotografia. Insieme, nel 2002 hanno fondato White Tara Productions, società di produzione indipendente specializzata in documentari sui temi del sociale e dello sviluppo.

Catherine e Gianluca a lavoro

“Il nostro sodalizio – spiega Catherine – è nato ai tempi del mio primo film, girato in collaborazione con Save the Children per promuovere un programma di alfabetizzazione destinato alle donne e ai bambini del Bangladesh. Sapendo che condivideva i miei interessi umanitari, chiesi a Gianluca di accompagnarmi: il risultato fu Reading for Children, promo ufficiale della raccolta-fondi del progetto”.

Da allora l’obiettivo di White Tara Productions ha messo a fuoco le più gravi emergenze sociali internazionali, denunciando implicitamente le “omissioni di soccorso” e le ipocrisie dell’Occidente, che nel migliore dei casi porge la mano senza stringerla. Come in Bangladesh, dove esistono 10.000 bambini adottati a distanza, di cui però soltanto due hanno avuto la fortuna di conoscere i propri benefattori. Una di loro è Hasena, “figlia” di Catherine e Gianluca, che hanno adottato a distanza altri 4 ragazzi.

Del resto, nessuna delle attività di White Tara Productions sarebbe possibile se i suoi fondatori non credessero per primi nei valori che si impegnano a promuovere. Lo dimostra il nome stesso della società, ispirato all’omonima dea tibetana della compassione che si adopera per alleviare le sofferenze degli altri.

Non abbiamo mai lavorato a scopo di lucro – precisa Gianluca – ed eventuali proventi vengono subito reinvestiti in nuovi progetti. Ora l’obiettivo è creare una Onlus: dopo il nostro ultimo viaggio, che ci ha scosso profondamente, abbiamo deciso di intensificare gli sforzi e di sensibilizzare il maggior numero di persone sulle tragedie che accadono nei paesi in via di sviluppo”.

L’ultimo viaggio di Catherine e Gianluca è stato in Ghana, nel campo profughi di Buduburam, dove vivono 40.000 persone, 25.000 delle quali sono ex bambini-soldato liberiani. L’Onu, in collaborazione con un gruppo di Onlus, sta cercando di riportarli in Liberia, dove si è da poco instaurato un governo democratico, ma si scontra con la volontà dei giovani, strappati ancora bambini alle loro case e al loro futuro, privi di istruzione, di affetti e di legami sociali, capaci solo di imbracciare un fucile. “E le condizioni delle donne non sono migliori” rivela Catherine. “Molte di loro, di fronte all’impossibilità di procurarsi un lavoro, si prostituiscono. Dovunque la situazione igienico-sanitaria è insostenibile, i bambini giocano a pallone e si lavano nelle fogne aperte, la malaria e il colera si diffondono a macchia d’olio, la corruzione manda in fumo i fondi che arrivano per risollevare le sorti del villaggio”.

Catherine e Gianluca torneranno presto in Ghana, accompagnati da altre tre persone – un medico del lavoro bolognese in pensione, un ex direttore d’impresa anconetano e un fotografo portoghese. La nuova equipe realizzerà tre documentari sul tema, ma è già possibile visionare foto e materiale al riguardo sul sito http://www.whitetara.org, vetrina e risorsa della società. E’ infatti attraverso il portale web che alcune Onlus hanno segnalato, e continuano a segnalare, i drammi umanitari documentati da Catherine e Gianluca.

Forward, fondazione internazionale per la ricerca e lo sviluppo della salute delle donne, ha ad esempio sollecitato e promosso la realizzazione di Riportami a casa, un documentario sul disagio fisico e sociale delle donne nigeriane colpite dalla fistola ostetrica. Catherine e Gianluca hanno così conosciuto Mariam, uno dei volti-simbolo di White Tara Productions, una ragazza della provincia di Dambatta, nel nord della Nigeria, che a 25 anni convive da tempo con la patologia che l’ha resa incontinente e le ha procurato il ripudio del marito. “Nonostante abbia subito quattro operazioni chirurgiche senza trarne beneficio – racconta Catherine – Mariam continua a vivere col sorriso sulle labbra. Anni fa lei, alta forse anche meno di 1.40 m, ha raggiunto il centro di riabilitazione di Forward percorrendo 10 km a piedi, con la figlia in braccio, urinando, prima di salire sul motorino a bordo del quale è arrivata a Dambatta: mi chiedo come possa esserci tanta forza in un corpo così minuto”.

Mariam

Mariam, a differenza di molte sue connazionali che soffrono di fistola ostetrica, ha incontrato di nuovo l’amore, un uomo che si prende cura di lei e della sua bambina e che ha ridato loro la dignità umana, se non sociale, liberandole dalle pastoie di pregiudizi atavici. Intanto la giovane non smette di sperare nella guarigione – se Dio l’aiuterà ad aver pazienza, afferma – e si rallegra di aver trovato in Catherine e Gianluca due nuovi amici, malgrado il curioso “veto” iniziale di sua figlia. “Abituata a vivere in mezzo a persone di colore – ricordano divertiti i due documentaristi – la piccola piangeva ogni volta che noi andavamo a trovarla. Ci ha messo un po’ prima di accoglierci senza lacrime: evidentemente i bambini neri hanno paura dell’uomo bianco come i bambini bianchi dell’uomo nero”.

Sconfiggere la paura del diverso è la scommessa di White Tara Productions, che si impegna a ricucire le crepe aperte dall’assenza di comunicazione attraverso un umanesimo moderno, in cui i problemi e le sfide di un uomo o di un popolo diventano i problemi e le sfide di tutti. “Finora – dichiarano Catherine e Gianluca – abbiamo documentato le condizioni di vita reali di tanta gente, senza manipolare in alcun modo le informazioni raccolte. Questa caratteristica non vogliamo perderla: le persone si fidano di noi, credono nella nostra buona fede, percepiscono che siamo lì solo per ascoltare e raccontare con sincerità le loro storie. A volte, certo, si possono correre dei rischi, ma ne vale la pena quando si ha voglia di confrontarsi, di imparare dagli altri e, perché no, di donar loro una speranza”.

 

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