Può un lavoro editoriale sacrificare l’identità del suo autore per restituire l’identità storica e culturale ad un popolo? Tra le pagine di Storielle paesane, la raccolta di poesie in vernacolo scritte da Vitale Boccadamo per CoLibri Edizioni, l’istanza narrativa individuale si scioglie in un coro di voci popolari, che si raccontano e si rincorrono nel comune sforzo di rappresentare – e recuperare – la tradizione di un territorio. Ed è il Salento nella sua interezza che emerge dai versi della silloge, quasi a risalire dai fondali di una civiltà priva di futuro, se incapace di riconoscere l’origine del suo percorso e di rilevare il delicato passaggio dall’ingenua freschezza del mondo contadino all’asfittico vitalismo dell’età moderna. Ma il passato non è mai ingombrante, la nostalgia non si fa rimpianto. C’è piena coscienza dell’ineluttabilità del progresso, nelle parole del narratore che descrive l’avvento del telefono, come in quelle di un’anziana donna che racconta a un’amica le peripezie del suo viaggio a Milano. Se mai, si afferma la volontà di difendere un modus vivendi più autentico ed intimo, fondato su rapporti umani sinceri, diretti e immediati, di cui massima espressione è la lingua di comunicazione: il dialetto. Nato dall’oralità per l’oralità, il dialetto è privo di artificiosità letteraria, esprime pensieri, emozioni, sentimenti con la sola forza della sua dimensione fonica, al punto che vien naturale rammaricarsi con l’autore: “Sta lingua ‘ntica more? E’ nu piccatu!”. L’impegno di Boccadamo volge allora a ricucire lo strappo con la lingua dei padri, a riconsegnarle dignità attraverso la scrittura, a tradirla quasi – perché “ u dialettu no sse scrive ma è vivente” – pur di salvarla dall’oblio. La salvezza è possibile in queste storielle paesane sobrie ma ricche d’umanità, in cui si mescolano arguzia, malinconia, ironia, pura poesia, in una multiforme galleria di narratori e personaggi fedele ai volti e alla realtà di Terra d’Otranto.

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