Il confine tra successo e insuccesso, serenità e tormento, è una manciata di paesi lungo i 37 km che separano Gallipoli da Lecce. Tanto è breve, nel Salento del calcio, la distanza tra l’entusiasmo di una squadra che si fa apprezzare al suo primo anno in C e la preoccupazione di un’altra che, perso malamente il palcoscenico della A, annaspa anche in B. Questa stessa forbice emotiva – con gli stessi umori ma differenti orizzonti d’attesa – oltre lo scarto di categoria, nello scarto del tempo, ha lasciato tracce indelebili sotto l’asfalto della Statale 101, lungo i 37 km che separano il Gallipoli dal Lecce.

Era sterrata la strada, quel giorno del 1909 in cui 11 giovani provetti giocatori dello Sporting Club leccese la percorsero centimetro per centimetro, a piedi, nell’interminabile viaggio di ritorno dalla prima sconfitta della storia giallorossa, maturata – guarda caso – proprio contro i “cugini” ionici.

Per la verità, di giallorosso quel Lecce aveva ben poco: la maglia con cui fu inaugurata l’avventura calcistica del capoluogo era rossonera, sulla falsariga di quella rossoblù del Genoa Cricket and Football Club sei volte Campione d’Italia: una stella bianca stile Casale sul petto distingueva ulteriormente la casacca salentina da quella ligure.

Il Gallipoli non aveva alle spalle un club altrettanto ben organizzato. La sua formazione era composta da sparuti studenti del posto – reclutati qua e là da quell’Istituto Briganti che era il vanto culturale della cittadina – ma poteva contare su un’arma segreta che si sarebbe rivelata decisiva: un gruppo di marinai della Royal Navy, la Gloriosa Marina Britannica, che sostando nel porto ionico sulla rotta per le Indie pensò bene di aggregarsi alla truppa per lenire la nostalgia di casa giocando a football. La dimestichezza degli inglesi col gioco del pallone, all’epoca poco popolare tra i nostri conterranei, fece la differenza.

Nessuno, tra i ragazzi dello Sporting Club, avrebbe immaginato di incappare in una disfatta, anzi la squadra si presentò a Gallipoli con la boria delle grandi, certa di poter imporre la sua superiorità tecnica ed atletica. Da circa un anno la società, nata come gruppo ginnastico nella primavera del 1907 ad opera di alcuni allievi dell’Istituto Tecnico leccese, aveva intensificato gli allenamenti di football sotto la guida del docente di ginnastica, il Prof. Giustino Sorani. C’era stato anche tempo per organizzare, nel gennaio del 1909, una piccola kermesse sportiva, in cui accanto a gare d’atletica era stata disputata una partita di calcio tra i componenti del club, in Piazzetta Castromediano, appannaggio di un team “rosso” di cui conosciamo la formazione completa: Cafiero, De Michele, Rima, Aloisi, Scategni, Tortorella, De Salvatore, Marzano, Calvi, Farina, Di Lauro.

Chi di loro era della comitiva che tentò di espugnare Gallipoli pochi mesi più tardi? Non lo sapremo mai, perché non compaiono i nomi dei 22 in campo sul tabellino del primo derby di Terra d’Otranto. Non lo sapremo mai, e non sapremo chi insaccò il pallone in rete – se un idolo di casa o un suddito di Sua Maestà – se furono gol di rapina o di forza, di testa o al volo, o se esisteva già un talento in grado di dribblare gli avversari e mandare in delirio i compagni di squadra, perché gli spettatori non erano che i panchinari e qualche passante: il tifo per il calcio non aveva ancora contagiato il popolo del Salento.

La sfida – questo lo sappiamo – fu sonoramente vinta per 3-0 dai ragazzi ionici e dai loro amici britannici, e andò al di là del suo significato sportivo, segnando la rivincita di quello che i giornali contemporanei definivano l’emporio d’Italia, porto mediterraneo avviato verso il risorgimento agricolo ed industriale, sulla Lecce “coquette”, bella e intellettuale, e anche un po’ snob.

Tale fu l’esplosione di gioia dei provinciali al termine del match, che gli alfieri dello Sporting Club dovettero ammainare immediatamente la bandiera e tornarsene in città a gambe levate. E non è una metafora, ma la scena reale e un tantino comica di una truppa di sbarbatelli inseguita a suon di sfottò dai coetanei vincitori, che si materializzò sulla strada per Lecce.

Ci arrivarono qualche ora dopo, nel capoluogo, i ragazzi di Mister Sorani, abituati alle corse ma non alle ritirate. E infatti la debàcle fu costruttiva, perché un anno più tardi lo Sporting fece il grande salto nel calcio regionale e da lì, tra mille peripezie, cominciò a delinearsi il destino del Lecce.

Poco tempo dopo i ragazzi del Gallipoli incrociarono nuovamente lo Sporting, ma questa volta il successo arrise ai leccesi, che cavallerescamente li lasciarono andare senza infierire, abbonando loro la scortesia ricevuta anni prima.

D’altronde, alla vigilia della Grande Guerra, i campanilismi sportivi perdevano importanza e, lungi dall’essere panacea dei mali o fonte di angoscia, il football rappresentava solo una parentesi di spensieratezza, un gioco di poche pretese da improvvisare per strada con chiunque volesse tirare quattro calci ad un pallone. E in cui nessuno avrebbe rinunciato a percorrere quei fatidici trentasette chilometri. Con umiltà, insieme ai compagni, dopo una sconfitta: tanto misura una vittoria.

 

Annunci