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	<description>Amavo ogni cosa nel mondo. E non avevo che il mio bianco taccuino sotto il sole</description>
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		<title>Nadia Comăneci: l&#8217;insostenibile leggerezza della farfalla rumena</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 07:22:15 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni la straordinaria campionessa dei Carpazi celebra i suoi primi cinquant&#8217;anni. Riviviamo le tappe di una storia controversa &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2011/11/14/nadia-comaneci-linsostenibile-leggerezza-della-farfalla-rumena/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=92&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In questi giorni la straordinaria campionessa dei Carpazi celebra i suoi primi cinquant&#8217;anni. Riviviamo le tappe di una storia controversa che ha cambiato per sempre la ginnastica mondiale</strong></p>
<div align="justify">
<p><a href="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2011/11/comaneci.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-95" title="comaneci" src="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2011/11/comaneci.jpg?w=300&#038;h=214" alt="" width="300" height="214" /></a>Sulla Romania non si è ancora allungata la mano di Nicolae Ceaușescu (al potere dal 1965), quando ad Onești, cittadina industriale all’ombra dei Carpazi, in un piccolo appartamento tra i fumi delle fabbriche, nasce Nadia Comăneci, l’incarnazione ginnica della perfezione. Nadia come Nadežda, la protagonista del film russo al quale papà Gheorghe e mamma Ştefania-Alexandrina si ispirano per regalare alla figlia un nome che significa <em>speranza</em>. Lei non deluderà le attese. Quel 12 novembre 1961 s’invola verso la leggenda. Sette volte il punteggio di <em>dieci</em> all’Olimpiade di Montréal 1976: Nadia riscriverà la storia della ginnastica artistica.<span id="more-92"></span><br />
Che la ragazzina fosse una predestinata lo intuisce prima di tutti, osservandola nella palestra della scuola, il <em>coach</em> Béla Károlyi. Nadia ha un temperamento vivace, corre e salta. Soprattutto salta. A forza di farlo, in casa ha già rotto quattro divani. Karolyi, che ha aperto in città un centro sportivo con la moglie Marta, non vuole lasciarsela sfuggire, ma la perde di vista quando termina l’intervallo e lei rientra in classe. La cerca aula per aula, chiedendo alle scolare a chi piaccia la ginnastica. La trova poco dopo: “<em>A me, a me!</em>”<br />
Il provino nella palestra di Károlyi Nadia lo supera con una naturalezza sbalorditiva. Le viene chiesto di saltare dopo una rincorsa di quindici metri sulla trave alta un metro e venti. Nadia non ha paura – “<em>non conosceva la paura</em>”, dirà di lei Károlyi – e balzata sulla trave, dieci centimetri di larghezza, vi cammina sopra come lungo un marciapiede. A sei anni le si aprono le porte di una carriera folgorante che costruisce immolando la sua giovinezza.</p>
<p><strong>Una volontà di ferro</strong><br />
<strong><span class="Apple-style-span" style="font-weight:normal;">Nadia si allena quattro ore al giorno, sei giorni alla settimana; ripete e ripete gli esercizi, senza mai invocare una pausa. Passano pochi mesi ed è già pronta per i campionati nazionali <em>juniores</em>, in cui si piazza al tredicesimo posto. Non male per una bambina di sette anni, ma Károlyi non è soddisfatto, le regala una bambola portafortuna e le ordina: “<em>Mai più un tredicesimo posto!</em>” Sa di avere tra le mani un gioiello, lo plasma, lo forgia e l’anno dopo arriva la medaglia d’oro. Nadia, otto anni e la bambola di Károlyi sotto il braccio, trionfa per la prima volta nella sua vita: la prima di tante.</span></strong></p>
<p>Nel 1971 entra nella Nazionale di ginnastica, con cui partecipa alla Coppa dell’Amicizia in Bulgaria, dove conquista due medaglie d’oro che le valgono altrettante nuove bambole. Una collezione che cresce proporzionalmente ai suoi successi, facendo presagire un imminente salto nel firmamento professionistico. A 13 anni, la pupilla di Károlyi si misura con la ginnastica che conta, sfidando il suo idolo Ludmilla Ivanovna Tourisheva agli Europei del 1975. Risultato: una medaglia d’argento, quattro medaglie d’oro. Nadia è la regina di Skien, ma cerca la consacrazione internazionale.<br />
I Giochi Olimpici di Montréal del 1976 sono dietro l’angolo, se pure dopo un’infuocata vigilia di scontri politici, che sfociano nel boicottaggio di Taiwan e di molti stati africani. Sarà proprio lei a riscattare l’Olimpiade canadese. Quattordici anni sono pochi, ma non per i suoi sogni. L’allieva di Károlyi – 153 centimetri per 39 chilogrammi – si presenta alle parallele asimmetriche con un <em>body</em> bianco a strisce rosse sui fianchi e il numero settantatre. Ha i capelli raccolti in una coda di cavallo, e una frangia che si apre su due occhi concentratissimi, che guardano gli staggi e poi per terra, verso la pedana da cui spicca il volo, dopo un breve respiro, la ginnasta totale. La Comăneci esegue movimenti precisi, rapidi, librandosi con leggerezza da uno staggio all’altro. Nel suo corpo, la forza del leone e la grazia della farfalla: Nadia sembra nuotare, così dice un cronista, in un oceano d’aria.<br />
Quando conclude la sua <em>performance</em>, il pubblico, che l’ha seguita in estatico silenzio, l’accoglie con un’ovazione. Attende col fiato sospeso il voto, e improvvisamente sul <em>display</em> compare un 1.00. <em>Uno</em> per dire <em>dieci</em>, perché il computer è stato programmato per registrare votazioni solo fino a 9.99: Nadia è la prima ginnasta di sempre ad ottenere il massimo punteggio che, in seguito, consegue altre sei volte mandando in visibilio un Forum mai così gremito. In totale, vince tre medaglie d’oro, una d’argento e una di bronzo.<br />
La ragazzina diventa una stella mondiale, ma è anzitutto una stella rumena e Ceaușescu approfitta della sua popolarità per ripulire l’immagine del regime. Il dittatore riceve Nadia e le conferisce la medaglia d’oro di <em>Eroe del Partito Socialista</em>, invitandola a trasferirsi a Bucarest. Lei perde la testa – complici anche l’allontanamento di Károlyi dalla Federazione e il divorzio dei genitori –, si allena poco e grida la sua solitudine ingerendo della candeggina.<br />
Ma si rialza e centra due ori e un argento agli Europei del 1977 e un oro e due argenti ai Mondiali del 1978. Un anno dopo, ritrovato il riabilitato Károlyi, Nadia sigla con tre ori e un bronzo gli Europei e vince con la Romania il titolo mondiale a squadre. Non la ferma neppure un misterioso avvelenamento e il conseguente ricovero in ospedale. C’è tempo per recuperare. Ora l’obiettivo è a due passi da casa: Mosca 1980, l’Olimpiade del boicottaggio americano.<br />
Nadia/Nadežda punta a un nuovo traguardo: ripetersi ai Giochi, impresa ai limiti dell’impossibile in una disciplina che brucia le sue atlete nel giro di pochi anni. Ma lei è una fuoriclasse, e si presenta in URSS all’apice della forma. Tramuta in oro il bronzo di Montréal nel corpo libero, ottiene il podio più alto nella trave e lo conquisterebbe anche nel concorso generale individuale se la giuria non le preferisse la campionessa di casa Yelena Victorovna Davydova, con un verdetto assai discutibile. Nadia fa spallucce, e chiude con un altro argento, inanellando la sua nona medaglia olimpica.</p>
<p><strong>Fuga dal regime<br />
</strong>È a questo punto che decide di mollare, provata nel fisico e nello spirito da anni di ostinato lavoro. I cinque ori alle Universiadi del 1981 sono la sua ultima perla. Nadia viene arruolata tra gli allenatori della nazionale rumena all’Olimpiade di Los Angeles, ma già sogna di lasciare la Romania. Sfuggirà alla morsa del regime, che non vuole privarsi di un simbolo nazionale, e di Nicu Ceaușescu, il figlio del<em>Conducător</em> con cui intreccia una pericolosa <em>liaison</em>, solo alla vigilia della Rivoluzione, scappando a piedi verso l’Ungheria una notte del novembre del 1989.<br />
Oggi Nadia Comăneci vive in Oklahoma, dove gestisce col marito ed ex campione olimpico Bart Conner una scuola di ginnastica. È madre di una bambina, attiva promotrice di numerose iniziative benefiche e ambasciatrice dello sport della Romania. Riconciliarsi con il suo paese e il suo passato è stata forse la vittoria più sofferta, ma le ferite non guariscono d’incanto e Nadia lo ha capito col tempo: la perfezione è una categoria dello sport, non della vita.</p>
<p><strong>Graziana Urso</strong></p>
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		<title>OccupyTrieste: la protesta degli Indignati triestini</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 18:28:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La prima cosa che ti aspetti sbarcando a Trieste è la bora, il fiume di vento che nei mesi invernali &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2011/11/13/occupytrieste-la-protesta-degli-indignati-triestini/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=80&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2011/11/img_0309.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-90" title="IMG_0309" src="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2011/11/img_0309.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>La prima cosa che ti aspetti sbarcando a Trieste è la bora, il fiume di vento che nei mesi invernali turbina sulla città con più furia della nostra tramontana salentina. Invece, mentre ci lasciamo il porto alle spalle incamminandoci verso il centro, della bora non v’è traccia – si è placata due giorni fa, dicono – ma qualcosa d’insolito c’incuriosisce anche di più: a pochi passi dalle Rive, il lungomare del capoluogo giuliano dove in quest’ultima domenica d’ottobre i triestini passeggiano in attesa del pranzo, un accampamento di tende rompe la compostezza plastica di Piazza Unità d’Italia.</p>
<p>E’ la protesta di OccupyTrieste, ramo del movimento internazionale degli Indignati, che in questa città ha i volti degli studenti medi: non hanno più di vent’anni i ragazzi che la scorsa settimana hanno occupato le scuole, sono stati sgomberati e sono approdati nella piazza principale di Trieste, presidiandola notte e giorno con la loro coloratissima acampada, le canzoni di Bob Marley strimpellate alla chitarra, i punti d’informazione per chiarire che la loro parola d’ordine “Riappropriamoci dei nostri spazi” non rimarrà lettera morta.<span id="more-80"></span><br />
Protestano contro i tagli alla scuola e la fatiscenza degli edifici scolastici, ma anche per una città più a loro misura, rivendicando un centro sociale autogestito, un censimento delle abitazioni sfitte per garantire ai meno abbienti il diritto a una casa, l’accesso a luce e gas per tutti, mediante un tavolo di trattativa tra il comune e la società preposta. Una questione aperta da trent’anni, pare, che gli studenti sono stati capaci di riproporre all’attenzione della cittadinanza, strappando al neosindaco Roberto Cosolini la promessa di un impegno concreto.</p>
<p>Che il movimento non sia solo espressione di un disagio generazionale ma un tentativo di costruire un’alternativa civile alla crisi è evidente anche dal modo in cui riesce a coinvolgere i passanti. Sono tanti i cittadini che si fermano a complimentarsi, a discutere, a sostenere la loro meglio gioventù, così diversa da quella che qualche giorno più tardi Conchita de Gregorio dalle colonne di Repubblica definirà la “generazione fallita”, identificandola con i personaggi sguaiati e inconcludenti del film “I soliti idioti”. La serietà dei ragazzi triestini è anche nella cura della piazza occupata: piegati sulle ginocchia, secchio d’acqua in una mano e spazzolone nell’altra, rimuovono le scritte di gesso colorato dal lastricato di pietra antica, alzando la testa solo per dare informazioni.</p>
<p>Ci allontaniamo per perderci tra le vie di Trieste, in cui gli echi dell’irredentismo sopravvivono nella toponomastica, raccontando una storia di lotte nel cuore di una città raffinata e cosmopolita, crocevia di culture e religioni, laboratorio della sperimentazione letteraria e scientifica.<br />
La Trieste di oggi è forse meno vivace che in passato – è la città più anziana d’Italia &#8211; ma dopo Milano è anche il centro che offre più opportunità di lavoro agli under 30, con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 5,7% a fronte di una media nazionale che sfiora il 30%. Eppure ai ragazzi triestini non basta, e con il passare delle ore il movimento di OccupyTrieste, grazie anche al tam-tam su Facebook, si allarga agli studenti universitari e ai lavoratori precari.</p>
<p>Due giorni dopo, l’acampada è ancora in Piazza Unità d’Italia, ma stavolta l’aria è meno festosa. C’è un gruppo di poliziotti a pochi passi dalle tende e mentre un giovane arringa dal centro dell’accampamento di fronte ai coetanei seduti in cerchio, alcuni di loro si avvicinano cominciando a sollevare di peso i ragazzi e a portarli uno per uno ai margini della piazza: è l’inizio dello sgombero. Siamo tutti sgomenti, perché davvero non sappiamo dare una risposta alla domanda che grida uno degli occupanti: “Che stiamo facendo di male?”. Lo chiede a un poliziotto che sta portando via suo figlio anche un padre, poi l’invito dei ragazzi alla folla astante: “Aiutateci! Fate quadrato intorno a noi!”. Così i triestini resistono insieme, padri e figli, e alla fine del braccio di ferro la polizia cede e i ragazzi sgomberati tornano tra i loro compagni tra gli applausi di tutti.</p>
<p>Mentre ci avviamo verso la stazione con quest’ultima immagine di Trieste negli occhi, ci chiediamo se la bora non sia una categoria della mente più che un fenomeno meteorologico, e perché certi venti di consapevolezza civile non sollevino mai abbastanza le coscienze di un altro Est, mille chilometri a sud, dove di rivendicazioni da avanzare ce ne sarebbero molte di più.<br />
Poi il treno fischia e Trieste svanisce dietro di noi. OccupyTrieste invece non è già più solo nel capoluogo giuliano, ma, traboccando dai confini locali in rete, dove continua a raccogliere adesioni organizzando nuove e originali manifestazioni di dissenso, promette di diventare un modello nazionale d’indignazione e di partecipazione.</p>
<p><strong>Graziana Urso</strong></p>
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		<title>Fratelli d&#8217;Etiopia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 14:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una comunità figlia del Colonialismo, il peso e l&#8217;orgoglio di essere italo-etiopi C&#8217;è una storia italiana che passa per il &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2008/04/29/fratelli-detiopia/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=71&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong>Una comunità figlia del Colonialismo, il p</strong><strong>eso e l&#8217;orgoglio di essere italo-etiopi</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2008/04/amicizia3-14.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-76" src="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2008/04/amicizia3-14.jpg?w=300&#038;h=213" alt="" width="300" height="213" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">C&#8217;è una storia italiana che passa per il Corno d&#8217;Africa. Etiopia 1936. Pioggia di iprite sul millenario impero abissino, e i <em>tallian sollato</em> conquistano il posto al sole promesso dal Duce. Di quella drammatica avventura coloniale resta molto più di quanto la nostra coscienza nazionale abbia saputo elaborare. Identità pendolari sull&#8217;asse Roma-Addis Abeba. Figli di amori coraggiosi o rapaci, nati dentro la guerra.</span><span id="more-71"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Oggi in Italia esiste una comunità di 22.000 italo-etiopi, rimpatriati a cavallo degli anni Settanta per sfuggire al “terrore rosso” del regime di Menghistu. Venito Nerini è nato ad Harar, a 300 km dal confine somalo, ma da quasi trent&#8217;anni vive a Brescia. Vi giunge con moglie e figli dopo aver perso un fratello, vittima accidentale di uno scontro a fuoco tra la polizia e un gruppo di ribelli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">“Fu mio padre – racconta – ad insistere perché partissi. L&#8217;Italia aveva bisogno di manodopera nell&#8217;industria pesante, e offriva ai<span> </span>cittadini delle ex colonie disposti a rimpatriare un&#8217;indennità di sistemazione pari a 500.000 lire e un alloggio in affitto”. A Brescia Venito, al quale tuttora non vengono riconosciuti i titoli di studio maturati in Etiopia, torna sui banchi di scuola per ottenere il diploma superiore, tra compagni che, ricorda divertito, lo chiamano “papà”; trova un impiego in una ditta di meccanica di precisione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">“Avevo una certa confidenza col settore” rivela. “In Etiopia lavoravo nell&#8217;officina meccanica di mio padre, toscano, un tempo macchinista sul treno a vapore Massa Carrara-Pisa. Lui, che non aveva fatto la guerra perché inidoneo al servizio militare a causa di un incidente sul lavoro, era finito ad Harar per cercare i suoi due fratelli caduti nelle mani degli inglesi. Conobbe mia madre, se ne innamorò, e alla notizia che aspettava un bambino decise di restare con lei in Etiopia”.<span> </span>Altre donne abissine non furono così fortunate: tanti i bambini di padre italiano non dichiarati agli uffici dell&#8217;Ambasciata.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Oggi l&#8217;Etiopia vuole indietro quelli che considera anche suoi figli, e molti di loro rifanno le valigie per riabbracciare la terra materna. “Paradossalmente – spiega Venito -<span> </span>il governo etiope è più attento a noi di quanto lo sia il governo italiano. Ha capito che, con la nostra esperienza di cittadini di uno stato economicamente e tecnologicamente avanzato, possiamo diventare una risorsa per il Paese, e ci incoraggia a tornare offrendoci agevolazioni per mutui ed investimenti e un terreno edificabile. Non abbiamo la cittadinanza etiope e non possiamo partecipare alle elezioni, ma possiamo lavorare liberamente in Etiopia, ed entrare e uscire dal Paese senza dover presentare il visto. In Italia invece siamo considerati cittadini di Serie B”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Gli italo-etiopi rivendicano pari diritti rispetto agli italo-libici, che godono per legge di un bonus previdenziale di cinque anni; vogliono essere coinvolti nelle politiche assistenziali e finanziarie del governo nei confronti dell&#8217;Etiopia, attraverso una corsia preferenziale per i loro professionisti<span> </span>nell&#8217;affidamento di incarichi e responsabilità; chiedono agevolazioni per l&#8217;acquisto degli immobili<span> </span>loro destinati fin dalla legge speciale 137/52.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">“Abbiamo contribuito col sudore ai progressi del nostro Paese – commenta Venito – senza mai osare pretendere nulla, per non disturbare. Ora, però, vedendo crescere l&#8217;interesse generale sul tema dell&#8217;immigrazione, temiamo di scendere ulteriormente nella scala delle priorità. E&#8217; ingiusto, ci siamo<span> </span>anche noi”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Da un anno è attiva in Lombardia l&#8217;associazione “Amicizia Italo-Etiope”, presieduta dallo stesso Venito, che presto aderirà al CIPRE (Comitato Italiani Profughi, Rimpatriati e all&#8217;Estero). Nata a Brescia, raccoglie 200 iscritti e circa 4000 simpatizzanti, ma vuole allargare la sua rete anche oltre la Lombardia, alle città di Torino, Udine e Roma, dove esiste una cospicua rappresentanza di italo-etiopi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">L&#8217;idea fondante è la creazione di un ponte con lo stato africano, che permetta di sostenere lo sviluppo dell&#8217;Etiopia mediante iniziative benefiche – un esempio per tutti l&#8217;asta della maglia di Roberto Baggio in favore delle popolazioni colpite dalla siccità – e di sanare sul piano etico le ferite del colonialismo italiano. “Anche se gli Etiopi si sono buttati alle spalle le stragi fasciste – sottolinea Venito – ci meravigliamo di come alcuni nostri leader politici si siano sentiti in dovere di scusarsi con Israele per le leggi razziali e non con l&#8217;Etiopia per gli innumerevoli massacri compiuti dai soldati del Duce. Beh, ce ne scusiamo noi”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ma la sfida più difficile per l&#8217;associazione è riuscire a potenziare l&#8217;identità culturale dei suoi membri, alle prese con un irrisolto complesso di inferiorità. “Secondo la legge – chiarisce Venito – io sono un cittadino italiano a tutti gli effetti, ma non vengo accettato dagli italiani come tale. Allo stesso modo, per gli etiopi non sarò mai un vero etiope. Non appartengo completamente né agli uni né agli altri: da qui la necessità di confrontarmi con persone che condividono le mie insicurezze”.</span></p>
<p><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">L&#8217;incertezza identitaria degli italo-etiopi è, d&#8217;altra parte, speculare alla loro ricchezza. Venito e gli altri portano dentro di sé due sistemi di valori, quello europeo e quello africano, che si incastrano e si sposano in una dignitosa umiltà. “Primo: rispetta gli altri. E&#8217; un comandamento di mia madre. Se c&#8217;è un punto su cui gli etiopi non transigono, questo è l&#8217;onore, e fare del male a qualcuno per loro vuol dire disonorare la propria famiglia: ecco perché disvalori moderni come droga e alcool non hanno mai fatto parte del DNA di noi italo-etiopi. Questo, però, non ci rende meno occidentali. Mi sento profondamente legato alla civiltà del mio Paese, e sapete una cosa? I miei figli, nati da padre italo-etiope e madre etiope, sono più italiani di me”.</span></p>
<p><strong>Graziana Urso</strong></p>
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		<title>Mezzo secolo di Puffi</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 16:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
				<category><![CDATA[my articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono i cinquantenni più amati dai bambini delle ultime generazioni, alti poco più di due mele e con la pelle &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2008/04/20/mezzo-secolo-di-puffi/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=66&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Sono i cinquantenni più amati dai bambini delle ultime generazioni, alti poco più di due mele e con la pelle blu. Al giro di boa del loro primo mezzo secolo tornano alla ribalta i Puffi, sopravvissuti all&#8217;usura del tempo come alle trappole di Gargamella, pronti a spolverare i ricordi d&#8217;infanzia di milioni di persone con un anno di celebrazioni.</span></span></span><span id="more-66"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Lo scorso 14 gennaio ha preso il via da Bruxelles una tournèe europea dal titolo “Happy Smurfday” (traduzione italiana “Buon Puffleanno”), road show realizzato in collaborazione con l&#8217;Unicef – di cui i Puffi nel 2005 sono stati testimonial in una campagna-choc contro la guerra &#8211; che ha toccato tra le altre città anche Parigi e Berlino. Ma l&#8217;attesa è tutta per il primo atto della trilogia tridimensionale della Paramount Pictures prodotta da Jordan Kerner e sceneggiata da Herb Ratner, che arriverà sul grande schermo entro la fine del 2008. </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Non sarà la prima volta al cinema per i 99 omini blu nati dalla matita del fumettista belga </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Pierre Culliford (Peyo), già protagonisti nel 1967 del film d&#8217;animazione in bianco e nero “Le avventure dei Puffi”. Nove anni dopo, una nuova pellicola, “Il flauto a sei Puffi”, adattamento della striscia a fumetti “John &amp; Solfami” con la quale le creature in calzamaglia bianca avevano esordito nel 1958.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Ma i Puffi raggiungono la popolarità solo traslocando in America, grazie all&#8217;intuizione di Hanna &amp; Barbera Production, che li trasforma in una serie animata. Dalla NBC ai canali tv di tutto il mondo il passo è breve, e nel 1981 i personaggi blu arrivano su TeleRoma 56 (tv locale della capitale) per poi sbarcare su Canale 5 nel 1982. </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">“<span style="font-family:Times New Roman,serif;">Abbiamo guardato e riguardato innumerevoli volte i 234 episodi del cartone – ha dichiarato Kerner – e ci siamo resi conto che un solo film non sarebbe bastato a rappresentare il complesso mondo dei Puffi. La nostra sarà la versione animata del “Signore degli Anelli”, una storia comica ma dai tratti epici”.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Grande Puffo, Pittore, Quattrocchi, Brontolo, Golosone e ogni singolo altro membro del popolo blu torneranno dunque a rappresentare metaforicamente vizi e virtù della natura umana, sullo sfondo di un villaggio assai diverso dalla foresta medievale disegnata da Peyo, in cui si rifletteranno i cambiamenti dell&#8217;ultimo trentennio. Puffetta, per esempio, non sarà più l&#8217;unica figura femminile di Puffolandia e, vent&#8217;anni dopo la caduta del muro di Berlino, i Puffi potranno scrollarsi di dosso una volta per tutte il rischio di essere ideologicamente equivocati. </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">In passato, infatti, il loro villaggio è stato suo malgrado oggetto di interpretazioni forzate: alcuni ritenevano rispecchiasse l&#8217;ordinamento di una comunità comunista fondata sul collettivismo, con Grande Puffo dal berretto rosso novello Marx  e Gargamella emblema della minaccia capitalista. Altri hanno tacciato i Puffi di satanismo, a causa della loro passione per la magia e la stregoneria. L&#8217;ultima tesi, sostenuta  nel recente volume “I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria” di Antonio Soro, vede negli omini blu l&#8217;ipostasi di una loggia massonica di natura gnostica. </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Ma i Puffi, al di là di qualsivoglia significato figurato, peraltro smentito dagli eredi di Peyo, restano semplicemente i Puffi, un cult transgenerazionale tradotto in 25 lingue e divenuto una bandiera per il Paese che lo ha esportato. In Belgio, non a caso, ad accogliere i visitatori del Centro nazionale dei Fumetti è proprio un ometto in calzamaglia, assediato dalle fotografie dei fans, e presto verrà stampata a Bruxelles una serie speciale di francobolli con l&#8217;effigie dei simpatici personaggi blu.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">E in Italia? Per ora la celebrazione dei Puffi è affidata a Planeta DeAgostini, che dallo scorso settembre ne ripubblica le avventure, ma il web trabocca di siti sulle creaturine di Peyo, e c&#8217;è da scommettere che le iniziative si moltiplicheranno nei prossimi mesi. </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Insomma, tra tante pozioni magiche che sono in grado di preparare, i Puffi, a dispetto dei loro 50 anni, si rivelano maestri dell&#8217;elisir di giovinezza. E stavolta a Gargamella tocca pure ringraziarli: se li avesse trasformati in oro, oggi non esisterebbe neanche lui.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><strong>Graziana Urso</strong></p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ladywriteronline.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ladywriteronline.wordpress.com/66/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=66&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;antimafia ha le braccia dei giovani</title>
		<link>http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/08/31/lantimafia-ha-le-braccia-dei-giovani/</link>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2007 15:37:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
				<category><![CDATA[my articles]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Anche quest’anno i ragazzi di “Libera” coltivano in Puglia i terreni confiscati alla Sacra Corona Unita Vincenzo studia a &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/08/31/lantimafia-ha-le-braccia-dei-giovani/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=63&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong>Anche quest’anno i ragazzi di “Libera” coltivano in Puglia i terreni confiscati alla Sacra Corona Unita </strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2007/08/ragazzi-nel-vigneto.jpg" title="ragazzi-nel-vigneto.jpg"><img src="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2007/08/ragazzi-nel-vigneto.thumbnail.jpg?w=529" alt="ragazzi-nel-vigneto.jpg" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Vincenzo studia a New York, ma è nato a Messina. Sfoglia il giornale, legge il discorso di Veltroni al Lingotto e si chiede: “Perché i politici parlano sempre di sicurezza e mai esplicitamente di lotta alla mafia?”. Allo stesso tavolo siedono Cho e Yang, dalla Sud Corea, Jana, di Praga, i toscani Irene e Nicola, e Caterina, da Carovigno. Nei loro occhi, uno sguardo che traduce il senso dello slogan stampato sulle magliette che indossano: “E!state Liberi!”.<span id="more-63"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Sono i giovani ai quali “Libera”, la rete di associazioni contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti nel 1994, ha affidato quest’anno, dal 26 giugno al 7 luglio, il campo di lavoro di Torchiarolo. Trenta ettari di terreno confiscati al boss Tonino Screti, il “cassiere” della Sacra Corona Unita, e restituiti alla comunità civile attraverso la legge 109/96, che ha regolamentato la confisca dei patrimoni mafiosi consentendone il riutilizzo sociale. Ai ragazzi spetta il compito di sfrondare le vigne, con l’obiettivo di produrre in autunno vino di qualità. Non li spaventa l’asprezza della vita contadina: sveglia alle cinque e un’infinita pazienza per legare i tralicci ai fili della spalliera sotto il sole afoso dell&#8217;estate appena iniziata.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">“L’anno scorso – racconta Alessandro Leo, responsabile del campo – i nostri volontari hanno coltivato a grano i venti ettari del terreno di Mesagne confiscato al boss Cantanna. Il risultato sono i taralli “Libera”, distribuiti nei punti-vendita Coop di tutta Italia. E’ il nostro modo di combattere la mafia: colpirla sul piano economico, trasformando beni sottratti alla criminalità in imprese sociali che creano posti di lavoro e sono al contempo presidi di legalità”. Una conversione alla quale la mafia si è opposta ricorrendo alla sua consueta ferocia: nel 2006 solo in Puglia ha mandato in fumo dieci ettari di grano e quattro di vigneto. Sono segnali di paura.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Il campo di lavoro spianerà la strada alla nascita di una cooperativa agricola (il bando di concorso è uscito il 18 giugno e scadrà il prossimo 7 settembre), sostenuta dal progetto “Cooperare con Libera Terra”, una collaborazione virtuosa con diverse realtà del mondo della cooperazione, del biologico e dell’agricoltura di qualità. Ma è soprattutto uno strumento di prevenzione, uno spazio per costruire tessera dopo tessera il mosaico dell’antimafia sociale. Appesi gli arnesi al chiodo, infatti, i ragazzi svolgono attività di formazione, seguendo sessioni di studio e di informazione sui temi della lotta alla criminalità organizzata.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Il primo confronto è con don Tonio Dell’Olio, responsabile dell’area internazionale di “Libera”, in tour per i dodici campi italiani. “La nostra – annuncia – è una battaglia diversa da quella delle forze dell’ordine, è una battaglia civile”. Poi illustra il prossimo <em>step</em> di “Libera”: la creazione di una rete di collaborazioni con altri Paesi, per contrastare la crescente internazionalizzazione delle mafie. Si rivolge soprattutto a Cho e Yang, e a Jana, che ammette la presenza sempre più capillare della mafia russa nella Repubblica Ceca. “Dobbiamo fare in modo che l’allargamento delle maglie sociali stia al passo con quello delle maglie criminali” insiste don Tonio. “Oggi la ‘ndrangheta è fortissima in Colombia ed Olanda, la Camorra ha interessi in Romania, dalla Puglia si opera in America Latina, ma la comunità civile non è ugualmente pronta a fare quadrato contro la criminalità organizzata”. Il problema, sostiene Vincenzo, è che all’estero non c’è consapevolezza del fenomeno-mafia. Il mafioso ha il fascino cinematografico del “Padrino”, pochi sanno che la criminalità organizzata significa in gran parte racket ed estorsioni, ovvero paralisi dell’iniziativa economica.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">In questa direzione si muove l’impegno di “Libera” per l’approvazione di una direttiva comunitaria che estenda in Europa gli effetti della 109/96. “E’ necessario usare il pugno di ferro anche fuori dai nostri confini – afferma don Tonio – <span> </span>e sensibilizzare alla lotta antimafia Paesi come Germania, Francia e Belgio, finora piuttosto tiepidi sull’argomento, forse perché nei loro territori la criminalità organizzata opera solo attraverso il riciclaggio di denaro sporco, che in termini economici si traduce persino in un vantaggio”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Intanto, però, occorre migliorare la 109/96 in Italia: passano 10 anni tra il sequestro e la confisca dei beni mafiosi. Troppi. E allora dai ragazzi parte una provocazione: perché non portare davanti alla Corte Europea il “caso” italiano e denunciare la scarsa tutela da parte dello Stato dei diritti dei cittadini in materia di criminalità organizzata?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Se in Parlamento molto resta ancora da fare, “Libera” può contare tuttavia sul sostegno degli enti locali. I giovani volontari hanno incontrato il neoeletto sindaco di Mesagne Enzo Incalza, che ha dato continuità all’iniziativa promossa dal suo predecessore di opposto segno politico, ospitando i ragazzi nell’ex convento della Madonna della Misericordia. “Mi fa piacere che persone così giovani si impegnino in un percorso di legalità e trasparenza nel quale tutta la comunità di Mesagne si ritrova” ha dichiarato il sindaco. Prova ne è la testimonianza di due cittadini del comune brindisino che si sono avvicinati spontaneamente ai ragazzi per contribuire alla costruzione di un senso civico condiviso e diffuso, o l’incontro con la locale associazione giovanile “Allegra Compagnia”, con cui i volontari hanno trascorso momenti di lavoro e socialità. Un’altra Mesagne, distante anni luce da quella che diede i natali a Pino Rogoli, capostipite della Sacra Corona Unita.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">“Fare uscire il positivo significa ridimensionare il negativo” ha commentato don Raffaele Bruno, referente regionale di “Libera”. Un monito che si è declinato nella visita dei sette ragazzi al Parco di Porto Selvaggio, compiuta con l’ausilio di una guida d’eccezione: Viviana Matrangola, responsabile di “Libera Memoria” e figlia di Renata Fonte, l’assessore al comune di Nardò che nel 1984 pagò con la vita il coraggio di opporsi alle speculazioni edilizie della malavita sul gioiello naturalistico neretino. Il suo sacrificio fu in Puglia il primo risveglio di una cultura della legalità che ha permesso la sconfitta della Sacra Corona Unita, oggi smembrata in gruppi criminali certo ancora socialmente pericolosi ma più deboli sul piano organizzativo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">E’ un buon segno che l’attenzione al problema del contrasto alla mafia non solo non sia venuta meno, ma sia tenuta desta dai più giovani. Grazie all’esperienza di “Libera”, per i ragazzi del campo di Mesagne-Torchiarolo la lotta alla criminalità organizzata non è più soltanto un obiettivo programmatico, ma una scelta quotidiana, resa concreta con un semplice contributo di tempo e sudore.</p>
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		<title>Lo stile di vita dei ragazzi italiani</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2007 15:32:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
				<category><![CDATA[my articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Alle 7.25 suona la sveglia, una corsa a scuola, le lezioni, il rientro a casa. Il pranzo è servito alle &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/08/31/lo-stile-di-vita-dei-ragazzi-italiani/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=61&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>Alle 7.25 suona la sveglia, una corsa a scuola, le lezioni, il rientro a casa. Il pranzo è servito alle 13.40, alle 16 tutti sui libri, alle 20.15 cena in famiglia, alle 22.35 la buonanotte. Le lancette dell&#8217;orologio scandiscono quasi al secondo la giornata-tipo degli adolescenti italiani, lasciando loro solo cinque ore di autonomia, in cui studiano, si, ma fanno anche sport, suonano uno strumento musicale e guardano la tv.</p>
<p>Sono i tempi e i modi con cui i giovanissimi costruiscono la coscienza di sé e le attese verso il mondo reale che li circonda, almeno secondo una ricerca Doxa effettuata su un campione di 1400 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, presentata pochi giorni fa a Milano nel corso del convegno TeenAger 2007.<span id="more-61"></span></p>
<p>Stando ai dati emersi, non sono la “scatola vuota” che i media spesso descrivono, gli adolescenti del Terzo Millennio. Griffatissimi e di sicuro al passo con le tecnologie, ma con le idee chiare sul loro futuro e una buona dose di attenzione per gli altri. Non per nulla “da grandi” vogliono fare il medico.</p>
<p>Nessuna lamentela sulla loro vita, anzi. I nostri ragazzi sono soddisfatti del loro stato di salute, della casa in cui vivono e delle relazioni con famiglia e amici. Meno esaltante è il rapporto con il loro aspetto estetico e con l&#8217;amore, soprattutto tra le ragazze, assai più critiche sulla maggioranza dei comportamenti (il fumo, il tradimento, la menzogna) ma decisamente più indulgenti con la scuola e i loro insegnanti rispetto ai coetanei maschi, che guarda caso studiano di meno.</p>
<p>Oltre la metà dei teenager italiani ha un sogno nel cassetto, e se il medico è la professione più ambita da entrambi i sessi, le ragazze non disdegnano l&#8217;insegnamento e una carriera artistica, mentre i ragazzi aspirano a una vita da calciatore. E infatti la popolazione maschile si dedica allo sport molto più di quella femminile che, in proporzione, alle attività agonistiche preferisce la danza.</p>
<p>Si esce tra i 17 e i 18 anni più che tra i 14 e i 16, una volta a settimana, soprattutto il sabato. Ci si ritrova in casa di amici o in pizzeria, i più grandi anche al pub e al cinema. Non si va molto in discoteca, anche perché il coprifuoco scatta non più tardi delle 23 durante la settimana e delle 24 nel weekend.</p>
<p>Nota dolente è il denaro. Più di un terzo dei ragazzi vorrebbe una paghetta settimanale più alta: troppo pochi i 14 euro che si ricevono tra i 14 e i 16 anni e i 23 tra i 17 e i 18 per sopperire alle spese personali, quasi sempre funzionali all&#8217;accettazione nel gruppo. Al top della lista-uscite le ricariche telefoniche. Nove adolescenti su dieci possiedono un cellulare fin dai 12 anni, ma puntano a rimpinguare il loro patrimonio tecnologico con fotocamera digitale e I pod. L&#8217;altra spesa onerosa, e doverosa, riguarda l&#8217;abbigliamento: i vestiti non firmati sono “out”. La marca è un simbolo necessario di appartenenza ad un codice di valori condiviso dai coetanei, all&#8217;interno del quale si cerca di affermare la propria identità.</p>
<p>Ma un impatto altrettanto forte sull&#8217;acquisto di un prodotto ce l&#8217;ha la pubblicità. Oltre due terzi dei ragazzi intervistati la ritiene utile e ne parla con gli amici. E&#8217; la tv la cassa di risonanza maggiore. I figli di Internet, che navigano un&#8217;ora al giorno per studiare, chattare con gli amici e scaricare musica, non riescono a staccarsi dal piccolo schermo: il 59% di loro ha addirittura la tv in camera.</p>
<p>Gli adolescenti italiani fanno impennare l&#8217;audience di film e telefilm – graditissimi – guardano il tg ma ne farebbero volentieri a meno, non apprezzano e non seguono i programmi d&#8217;attualità, ma propongono la loro ricetta per migliorarne l&#8217;appeal: siano dinamici, rapidi, con una componente visiva molto sviluppata e un approccio che permetta un immediato collegamento con la vita quotidiana. Meglio se realizzati con un linguaggio moderno, ma che sia davvero tale – ammoniscono – non un&#8217;imitazione del loro.</p>
<p>Insomma, lo spirito critico non manca, ma nasce dall&#8217;osservazione più che dalla riflessione. I nostri ragazzi leggono il minimo indispensabile, solo un libro non scolastico all&#8217;anno – ma il 45% neppure quello – e qualche giornale adatto alla loro età. Trovare mezz&#8217;ora in cui fermarsi e pensare, in silenzio, è un lusso che la frenesia cronometrica delle loro vite non concede quasi mai.</p>
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		<title>Quarant&#8217;anni dopo, la tragedia del Biafra nel romanzo Orange Prize 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2007 16:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“In un Paese in via di sviluppo come il mio, la vita coincide con la politica, perciò chi racconta la &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/06/22/quarantanni-dopo-la-tragedia-del-biafra-nel-romanzo-orange-prize-2007/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=60&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify">“In un Paese in via di sviluppo come il mio, la vita coincide con la politica, perciò chi racconta la vita assume inevitabilmente un ruolo politico”. E&#8217; una condizione esistenziale, e solo dopo una scelta, l&#8217;impegno intellettuale della scrittrice nigeriana Chimanda Ngozi Adichie, che a neanche trent&#8217;anni ha conquistato l&#8217;Orange Prize, prestigioso riconoscimento letterario internazionale per sole donne, con un romanzo sulla guerra civile del suo popolo, più nota come guerra del Biafra.<span id="more-60"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><em>The Half of A Yellow Sun</em> (<em>La metà di un sole giallo</em>), inedito in Italia, narra la storia di Ugwu, un  ragazzo di campagna assunto come domestico da un docente universitario inglese. L&#8217;uomo, Richard, vive in Nigeria con la compagna Olanna, una donna borghese che lo segue travolta dal suo carismatico idealismo, e condivide con lui la fede nella causa indipendentista del Biafra. Nelle vite dei tre irrompe uno più sanguinosi conflitti africani, scoppiato nel luglio 1967 in seguito al tentativo di secessione delle province sudorientali nigeriane di etnia Igbo, autoproclamatesi Repubblica del Biafra.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">L&#8217;autrice, nata sette anni dopo la fine della guerra, la ripercorre traducendo in narrativa i racconti del padre sulla tragedia che la sua stessa famiglia visse in quei terribili anni. “Ho in mente questo libro da quando avevo 16 anni – rivela – perché ho da sempre orrore del dramma di mio nonno e degli altri miei parenti e connazionali scomparsi durante il conflitto”.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Ma la guerra, malgrado tutte le sue atrocità, non è solo un elemento distruttivo. Il dolore sedimenta i sentimenti, il dolore indica la strada per rifondare i rapporti umani: ed ecco affiorare nel romanzo la speranza, attraverso l&#8217;incontro-scambio tra la modernità di Olanna e l&#8217;istintualità quasi primitiva del piccolo Ugwu, o la partecipazione intellettuale di Richard alle istanze politiche e culturali degli Igbo che diviene identificazione e senso di appartenenza a quel popolo.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Adichie fa dunque ricorso ai più nobili valori umani per ricucire l&#8217;identità sfilacciata del proprio Paese, nonostante continui a interrogarsi sulle ragioni di un disastro umanitario di proporzioni inaudite, che provocò tre milioni di vittime.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Quarant&#8217;anni dopo, in Nigeria è in corso un processo di riconciliazione, intrapreso nel 2000 commutando in pensionamento il congedo dei veterani della guerra di secessione. Ma quel capitolo nero della storia nazionale resta. Come un incubo, sosteneva alla fine degli anni Ottanta lo scrittore nigeriano Ben Okri, da affrontare prima che diventi più grande. Adichie lo ha fatto pur avendolo solo ereditato, “perché quell&#8217;incubo”, spiega, “è parte della nostra storia, e non c&#8217;è giorno in cui io non mi chieda come sarebbe oggi il mio Paese, come la mia famiglia, come io stessa, se non avessimo perso tutto ciò che quegli anni di odio e follia ci hanno negato per sempre”.</p>
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		<title>&#8220;Fokkol&#8221;: la canzone-scandalo sul Nuovo Sudafrica</title>
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		<pubDate>Tue, 29 May 2007 09:48:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; “Benvenuto in aeroporto. E’ il 2010. Presumo tu sia qui per assistere alla Coppa del Mondo. Finalmente abbiamo l’opportunità &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/05/29/fokkol-la-canzone-scandalo-sul-nuovo-sudafrica/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=59&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="entry">&nbsp;</p>
<p class="snap_preview">“Benvenuto in aeroporto. E’ il 2010. Presumo tu sia qui per assistere alla Coppa del Mondo. Finalmente abbiamo l’opportunità di mostrarti la nostra allegra democrazia. Perciò sentiti a casa”.<span id="more-59"></span></p>
<p>Sembrerebbe un inno all’accoglienza nel segno dell’orgoglio nazionale, e invece la canzone di Koos Kombuis è una spietata denuncia dei mali sudafricani: dura, ma non meno patriottica. Almeno nell’intento, perché il celebre cantautore afrikaans ha dato vita ad un’<em>Imagine</em> rovesciata, proiettandosi in un 2010 ancora segnato dalla criminalità, dal gran numero di senzatetto, insomma dai problemi attuali del nuovo Sudafrica, per sollecitare implicitamente il governo ad una soluzione.</p>
<p>Il video della canzone, che parla di gangster e coltelli, di campi profughi accanto a campi di calcio, è un puzzle di immagini shock, realizzato e pubblicato nell’estate 2006 su Youtube da Sweetlove3ten, e visionato da oltre 60.000 navigatori. Il titolo è emblematico: “The New Southafrica”.</p>
<p>Tra i sudafricani le reazioni non si sono fatte attendere: c’è chi ha trovato nel brano la conferma del proprio pessimismo sulle sorti del Paese e chi invece ha attaccato Kombuis, definendo il suo pezzo offensivo e distruttivo. “Ma in pochi &#8211; afferma la blogger Profoundlysouthafrican &#8211; hanno considerato che il monologo musicale è ambientato volutamente nel futuro, è quasi fantascienza. Chissà, forse Kombuis ha voluto fare satira sulla petulanza di noi sudafricani, sempre pronti a lamentarci di tutto…”</p>
<p>Il video su può scaricare su: www.youtube.com/watch?v=zf_PURfI73U</p>
<p>(fonte: www.sudafrica10.wordpress.com)</p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ladywriteronline.wordpress.com/59/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ladywriteronline.wordpress.com/59/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=59&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Lettera a Rosaria Schifani</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2007 10:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo 12 anni non ancora compiuti quando la bombe di Capaci mi strapparono ai giochi dell&#8217;infanzia. Ero in un altro &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/05/22/55/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=55&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo 12 anni non ancora compiuti quando la bombe di Capaci mi strapparono ai giochi dell&#8217;infanzia. Ero in un altro Sud, lontano dalla mafia stragista, dentro il torpore di un maggio tenero e caldo, a coccolare due cuccioli di gatto che sarebbero cresciuti con me. Le bombe di Capaci mi scagliarono fuori dall&#8217;idillio, costringendomi a guardare in faccia l&#8217;ingiustizia.<span id="more-55"></span></p>
<p><a href="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2007/05/schi.jpg" title="schi.jpg"><img src="http://ladywriteronline.files.wordpress.com/2007/05/schi.thumbnail.jpg?w=529" alt="schi.jpg" /></a></p>
<p>Non sapevo nulla di mafia, sapevo poco di politica, non sapevo chi fosse Giovanni Falcone, ma, Rosaria, il tuo pianto fu anche il mio quando ascoltai le tue parole rotte e violente durante i funerali delle vittime, in diretta. Se riuscirono a scuotere le coscienze di qualche mafioso fu per la tragedia profonda che palesarono al mondo, il dramma di una donna che perde, in un colpo solo, il suo futuro e il futuro del suo Paese.</p>
<p>Oggi leggo di te sul sito del corriere, e quando ti rivedo nel video che commosse un intero popolo non posso fare a meno di piangere ancora. Ma ti leggo più volentieri, perché le tue parole sono se possibile più disperate di quelle di 15 anni fa e il racconto del tuo viaggio a Palermo è la prova provata che la mafia, dopo l&#8217;iniziale moto di ribellione collettivo, è tornata a stritolare il &#8220;coraggio di cambiare&#8221;:</p>
<p>«Gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli. Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l&#8217;impressione di pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare con loro».</p>
<p>Abbiamo perso, non tu, ma forse anche tu, costretta a crescere tuo figlio lontano dalla tua Sicilia e a sopportare l&#8217;ostentata indifferenza dei tuoi concittadini al tuo ritorno. Ti stupisci? Sono loro a non aver votato Rita Borsellino; sono i giornalisti che ti cercano ad aver passato sotto silenzio la notizia della condanna di Dell&#8217;Utri. Siamo noi ad aver ucciso tuo marito e tutti gli uomini che hanno lottato per liberarci dalle tenaglie mafiose, e le giovani come Rita Atria, che non ha trovato pace neppure nella tomba.</p>
<p>In quindici anni ho visto molte altre ingiustizie, gravi, gravissime. Ma è difficile combattere quel senso di impotenza, quella rassegnazione che si è ormai insinuata nei cittadini come un cancro inestinguibile. Sento dire che la questione morale è superata, che è più importante che si governi bene, anche se al governo ci sono ladri o mafiosi, tanto &#8220;sono tutti così&#8221;.</p>
<p>Io non voglio credere che &#8220;sono tutti così&#8221;, ma se anche fosse vero non riesco ad accettarlo, e tra i miei criteri di voto metto come priorità la fedina penale pulita. E&#8217; il mio modo di combattere: forse sono un&#8217;ingenua, forse la mafia si vince anche così. Non ho risposte, ma non voglio sentirmi impotente e rassegnata, e a costo di provare fino alla fine la delusione della sconfitta, voglio seguire la strada verso cui mi portano le tue lacrime. Te lo giuro, Rosaria, avrò sempre il coraggio di cambiare!</p>
<p>Graziana Urso</p>
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		<title>Reportage</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2007 10:49:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ladywriteronline</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Considerata l&#8217;attenzione che l&#8217;articolo &#8220;I rom fuori dal ghetto&#8221; ha suscitato tra i lettori del blog, ripropongo un reportage che &#8230;<p><a href="http://ladywriteronline.wordpress.com/2007/05/15/reportage/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=53&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Considerata l&#8217;attenzione che l&#8217;articolo &#8220;I rom fuori dal ghetto&#8221; ha suscitato tra i lettori del blog, ripropongo un reportage che ho realizzato sull&#8217;immigrazione nei piccoli centri della provincia di Lecce, pubblicato due anni fa sulla rivista salentina &#8220;Città Magazine&#8221;. L&#8217;inchiesta si compone di quattro pezzi (i successivi quattro post) che si sforzano di tracciare un quadro completo di un fenomeno di cui non si ha ancora piena consapevolezza.</p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ladywriteronline.wordpress.com/53/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ladywriteronline.wordpress.com/53/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ladywriteronline.wordpress.com&amp;blog=711914&amp;post=53&amp;subd=ladywriteronline&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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